La giustizia non è solo una questione di diritti e garanzie, ma una leva che incide direttamente su economia, investimenti e funzionamento delle istituzioni. In vista del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, il dibattito torna a interrogarsi non solo sugli equilibri costituzionali, ma anche sulle ricadute concrete per il sistema produttivo e la fiducia dei cittadini. Ne parliamo con Ida Nicotra, ordinaria di Diritto costituzionale all’Università di Catania.
Professoressa, dal punto di vista istituzionale quanto pesa la qualità della giustizia su economia e pubblica amministrazione?
«La qualità della giustizia produce un forte impatto su economia e pubblica amministrazione, incidendo sul prestigio dell’apparato pubblico nel suo complesso. Il grado di fiducia degli imprenditori, la competitività e l’efficienza della Pa sono direttamente influenzati dal funzionamento del sistema giudiziario. Non a caso, tra i pilastri del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono state previste misure strategiche proprio sul settore giustizia».
In che modo il Pnrr ha provato a intervenire su queste criticità?
«Sono stati stanziati fondi ingenti per ridurre il disposition time dei processi civili e penali, abbattere l’arretrato, rafforzare l’ufficio per il processo con nuove assunzioni a supporto dei magistrati e completare la digitalizzazione del processo civile e del processo penale di primo grado. A questo si aggiungono investimenti su infrastrutture digitali, interoperabilità dei dati e riqualificazione del patrimonio immobiliare giudiziario».
Lei ha fatto parte dell’Anac. Qual è il rapporto tra lentezza della giustizia, cor-ruzione ed economia?
«Secondo i report dell’Anac, la lentezza della giustizia rende il terreno fertile per la corruzione. Nella Relazione annuale 2025, il presidente dell’Autorità ha ribadito il nesso stretto tra tempi lunghi dei processi e aumento dei fenomeni corruttivi, perché l’eccessiva durata riduce l’effetto deterrente delle sanzioni. Inoltre, la mancanza di certezza del diritto disincentiva le aziende oneste dall’investire, consapevoli che la tutela giudiziaria arriverà solo dopo molti anni».
Quali sono le conseguenze sul mercato?
«Anac parla esplicitamente di un triangolo tra inefficienza della giustizia, corruzione e mercato chiuso, che provoca un danno enorme alla nostra economia. Quando le regole non sono applicate in tempi certi, si altera la concorrenza e si penalizzano gli operatori corretti».
Nel confronto europeo, dove si colloca l’Italia?
«Il sistema della giustizia italiana funziona molto a rilento rispetto a quello degli altri Stati membri, come emerge dall’ultima relazione della Commissione europea per l’efficacia della giustizia. Processi lunghi e decisioni poco prevedibili scoraggiano gli investitori, che preferiscono Paesi in cui i tempi siano ragionevoli e le valutazioni dei giudici ipotizzabili. Questo aumenta il rischio d’impresa e blocca attività economiche per anni».
Per questo si punta sempre più su strumenti alternativi al processo?
«Per contenere l’aumento del contenzioso è stato ampliato il ricorso ad arbitrato e mediazione e si sta intervenendo anche sul sistema di recuperabilità delle spese giudiziarie, proprio per ridurre il carico sugli uffici giudiziari».
Venendo al referendum: cosa cambierebbe se prevalessero i sì?
«La vittoria dei sì segnerebbe una svolta importante nel completamento della riforma che ha costituzionalizzato il principio del giusto processo. Con la modifica dell’articolo 111 del 1999 sono state introdotte le regole del processo accusatorio. Innalzare a livello costituzionale la separazione tra accusa e giudice significa differenziare organi che svolgono funzioni diverse e aumentare trasparenza e credibilità del sistema agli occhi di cittadini e imprese. Se prevalesse il no, tutto questo non accadrebbe».
E quali sono oggi i costi della sfiducia nel sistema giudiziario?
«La giustizia italiana è percepita come un peso rilevante per l’economia, stimato intorno all’1 per cento del Pil. Secondo recenti sondaggi, circa il 50 per cento degli intervistati giudica carente anche il grado di effettiva indipendenza di una parte della magistratura da interferenze politiche. Questa percezione alimenta un clima di sfiducia che rischia di penalizzare crescita e investimenti».
