I due volti della guerra di Trump e Bibi: il primo coincide con il disegno di Israele, il secondo passa dalla sfida con Putin e Xi

President Donald Trump and Israel's Prime Minister Benjamin Netanyahu walk into Trump's Mar-a-Lago club, Monday, Dec. 29, 2025, in Palm Beach, Fla., after an arrival greeting. (AP Photo/Alex Brandon)

Ci sono casi in cui non esiste una sola lettura possibile di ciò che accade ma questo non significa che vi sia una verità nascosta, una mezza verità o addirittura una bugia spacciata per verità. La storia non è così semplice, non può essere suddivisa e interpretata seguendo categorie manichee, ma è ben più complessa e articolata. Del resto è un’illusione purista e menzognera quella di ritenere la semplicità quale elemento di autenticità politica.

Così allo stesso modo quando si racconta ciò che accade – lo stesso film che vediamo in molte ricostruzioni storiche giudicate a posteriori – si tende spesso dolosamente, e il più delle volte ingenuamente, a ricercare una verità immediata e confezionata. Questo è il marasma in cui sguazzano i pionieri della delegittimazione, della dissacrazione, gli insinuatori del dubbio negativo che trovano terreno fertile in tempi come quello attuale. Pensiamo al solito ritornello di slogan triti e ritriti che sono ricomparsi in questo nuovo conflitto medio orientale, gli stessi ascoltati ai tempi dell’Iraq e in Afghanistan e che non c’entrano nulla con gli eventi in questione. La guerra di oggi si combatte sue due livelli convergenti e divergenti allo stesso tempo.

Nuovo equilibrio regionale

Distruggere l’Iran significa per Stati Uniti e Israele mettere la parola fine all’elemento destabilizzante del Medio Oriente rappresentato dal regime degli ayatollah. Una strada solcata e sostenuta da Israele e iniziata colpendo gradualmente le varie ramificazioni della piovra iraniana come Hamas e Hezbollah. Una resa dei conti non rinviabile dopo il 7 ottobre e maturata gradualmente anche negli ambienti più restii della società israeliana. Strategia che consente a Netanyahu di tramutarsi – a dispetto di quanto raccontato dalla stampa ideologica occidentale e filo-palestinese – come il salvatore di Israele e il Primo Ministro che ha distrutto la più grande minaccia per lo stato ebraico, l’Iran. Un Iran senza ayatollah diverrebbe un tassello fondamentale di un nuovo Medio Oriente. Per questo Israele non può permettersi una guerra che si concluda senza la caduta del regime e una sconfitta dei Pasdaran e del clero sciita. La pressione su Washington sarà costante, soprattutto alla luce delle dichiarazioni di Trump dopo il colloquio con Putin. Per Bibi ci sono anche le elezioni – Israele del resto è una democrazia – e una vittoria lo proietterebbe all’immortalità politica.

La partita di Trump

La partita di Trump è più complessa e si gioca su due tavoli: il primo è quello regionale e coincide con il disegno del governo Netanyahu. Il secondo è globale e passa per la sfida con Russia e Cina. Dall’attacco al Venezuela gli Stati Uniti hanno smesso di giocare in difesa, attaccano e premono sui competitor. Per dirla in termini calcistici, l’Amministrazione Trump e i vertici del Pentagono stanno attuando il pressing alto. Come Israele ha reciso i tentacoli della piovra di Teheran, cosi Washington ha colpito e continuerà a colpire gli alleati di Mosca e Pechino.

L’obbiettivo è quello di fare terra bruciata intorno a Mosca, colpire le forniture di petrolio e mostrare la superiorità militare statunitense. In questo primo atto il piano è perfettamente riuscito, ma questa tattica è basta su un fattore cruciale che è quello della rapidità e della “quasi” imprevedibilità. Non c’è retorica alcuna, ma chiara e limpida strategia. C’è solo un punto su cui Washington e Gerusalemme devono tenere la barra dritta, sull’Iran non è finita fin quando non è finita, Netanyahu lo sa bene, e Trump forse inizia a capirlo anche senza dirlo.