Esteri
I mercati reggono ai nuovi dazi USA. L’UE abbocca all’amo di Trump
I listini europei chiudono con perdite marginali. Milano in positivo. Record per oro e argento. L’Unione, invece, si muove in ordine sparso: Italia tiepida, Francia e Germania per il pugno duro
Come prevedibile, c’è chi ha abboccato all’amo e chi no. Lo scontro interno sui dazi, tra Casa Bianca e Corte Suprema, ha mandato in tilt la governance Ue, ma non i mercati. Ieri i listini europei hanno chiuso tutti con perdite marginali. Francoforte è quella che ha fatto peggio (-1%). Milano si è mantenuta in positivo (+0,5%). Nonostante abbia perso la metà del rialzo segnato nella prima tranche della giornata. Le piazze asiatiche erano in una fase di fiacca, a causa del bank holiday di Tokyo e Shanghai dovuto al Capodanno cinese. In ogni caso, Hong Kong ha segnato un +2,5%, confermando la preferenza degli investitori per il Sud-Est asiatico piuttosto che le incertezze dei mercati occidentali. La finanza sta imparando a gestire i rally trumpiani. Idem le trattazioni fisiche. Oro e argento hanno segnato altri record. Questo può essere un male nell’immediato, ma un succulento vantaggio sul breve periodo.
Più sgraziata la reazione politica. Come ha messo in evidenza il Financial Times, le botte le prendiamo soprattutto noi. Con la tariffa secca al 15%, per Brasile, Cina e India, ma perfino il Canada, i dazi sono sensibilmente ridimensionati. Il nostro export Oltreatlantico è dominato da acciaio, alluminio e automobili, settori coperti da altre imposte doganali, che rimangono in vigore dopo la sentenza di venerdì. Il manifatturiero di altri mercati comprende invece abbigliamento, mobili, giocattoli e plastica. Per cui gli scambi commerciali tornano quasi al bello.
Sul vecchio continente la reazione “todos caballeros” fa il gioco di Washington. La cautela di cui è promotrice il governo italiano deve ancora raccogliere il consenso delle nostre imprese. «Auspichiamo che venga fatta chiarezza sugli accordi Ue-Usa, che riteniamo debbano essere rispettati per quelli che sono», diceva ieri il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, memore delle dure contrarietà espresse nei mesi scorsi da tutto l’agrifood. Posizione più soft quella del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che preferiva contestare la scelta della Corte Suprema.
Da Parigi e Berlino, invece, i falchi sono già pronti ad alzarsi in volo. Macron vuole sparare il bazooka anti-coercizione. Merz, a sua volta, mastica amaro perché non pensava di andare a Washington, all’inizio del prossimo mese, con questa grana tra le mani. Il cancelliere tedesco ora chiede la cosa più difficile all’Europa: una posizione comune. Ieri il Parlamento Ue ha rinviato a data da destinarsi il voto sull’intesa raggiunta a luglio scorso tra von der Leyen e Trump. Non aveva altra scelta. L’accordo preso in Scozia è di fatto svuotato di senso. Ma è ancora presto per tornare a parlare dei contro-dazi da 93 miliardi. La palla passa di nuovo alla Commissione. È plausibile pensare che il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič, tornerà a volare freneticamente in Usa, come faceva prima dell’estate scorsa. Ben sapendo che, alla fine, ogni decisione rischia di rinfrangersi sugli scogli del Consiglio.
L’esca di Trump ha funzionato. Probabile che non avesse intenzione di tornare sul dossier. È stata la Corte Suprema a imporglielo. Quello di The Donald, che ieri su Truth non è stato tenero con i giudici, è stato un fuori campo con la palla atterrata giusto-giusto sul nostro continente. Morale della storia: il protezionismo Usa resta. Il bullismo di Trump pure. Si aggiunge quella modalità di trattazione permanente, tale per cui un negoziato non può dirsi mai concluso. I mercati l’hanno capito. Wall Street, ieri sera, ha aperto con una perdita contenuta (-1,5%). La politica deve ancora imparare ad adeguarsi.
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