Il Presidente Trump ha dei seri problemi in patria che tutto il mondo vede e che potrebbero costargli il posto, perciò cerca di dare enfasi alla sua politica estera. Si tratta del “caso Epstein” e di grosse difficoltà di bilancio, a causa dei quali c’è stato il più lungo shutdown della storia degli Stati Uniti. Terzo problema, che coinvolge interni ed esteri, l’elezione di Mamdani a sindaco di New York. Partiamo da quest’ultimo avvenimento che fa presagire che la realtà è peggiore del peggior incubo.

La prima cosa detta da Trump, dopo la proclamazione del Sindaco è stata che avrebbe ridotto i fondi statali per la città di New York: insomma ha cominciato brandendo il bastone, salvo tornare sulle sue posizioni. Sabato 22 novembre, infatti, ha ricevuto Mamdani, assicurandogli pieno sostegno e fondi in abbondanza, forse perché si è accorto che se vuole portare avanti i suoi piani esteri, non deve inimicarsi il mondo islamico, che è molto suscettibile. Secondo le sue affermazioni, Trump avrebbe messo fine a sette guerre delle nove in atto sul pianeta Terra, ma ancora non riesce a concludere né la “guerra di Gaza”, né quella “ucraina”, non ostante gli sforzi compiuti e le fatiche dei viaggi cui si è sottoposto. È pur vero che a bordo dell’Air Force 1, ci sono la piscina, la sauna, il cinema e la sala giochi (chissà se c’è pure una mini sala ovale), ma viaggiare alla sua età è comunque stancante. Non vedendosi corrisposto in modo adeguato ha preso in mano la situazione direttamente e ha elaborato due piani di pace: quello per “Gaza” in venti punti e quello “ucraino” in ventotto. Peccato che, scorrendoli, si vede che Trump schiera gli Stati Uniti dalla parte del più forte obbligando il perdente designato ad accettare situazioni capestro, con il ricatto di interrompere l’assistenza e la fornitura di armi.

Per entrambi i conflitti l’Europa si sta comportando come il fantasma del Louvre, alzando ogni tanto i decibel della sua voce. Mentre sul piano per “Gaza” non sono state mosse eccessive eccezioni, sull’altro l’Europa è arrivata ad ipotizzare un piano alternativo, ma appena Trump ha alzato la voce ognuno è tornato al suo posto tranne la Germania. In sostanza, Trump (d’accordo con Putin), ha chiesto la resa dell’Ucraina in modo ultimativo; ha dato un tempo massimo che scade il 26 novembre, imponendo una serie di condizioni, tra cui spiccano le seguenti: cessione definitiva della Crimea e del Donbass (anche la parte non ancora occupata dai russi e ricca di terre rare); rinuncia perpetua ad entrare nella NATO; dimezzamento degli effettivi dell’esercito e disarmo quasi totale, con la rinuncia al possesso di missili a lunga gittata; riconoscimento della lingua russa come seconda lingua ufficiale del paese. Tra tutte, la quarta è la più subdola perché, come noto la guerra strisciante che ha condotto al febbraio del 2022 (data di inizio dell’attuale invasione) è stata avviata nel 2014, anno in cui la Russia intervenne a protezione delle minoranze russofone. Il Presidente ucraino ha già, correttamente, informato il suo popolo che ci si trova a un bivio doloroso: perdere la dignità oppure perdere l’alleato americano. Putin, naturalmente, ringrazia aumentando la dose giornaliera di missili e droni, tanto per farsi capire.

C’è un altro punto che illustra bene la situazione ed è la richiesta russa di vedersi riammessa al G8, come da proverbio della nonna “parlo a te nuora, perché suocera intenda”. Per la guerra di Gaza è la stessa cosa perché, per la prima volta Israele si vedrà circondato da truppe straniere col rischio che siano anche turche, perché il piano Trump prevede la formazione di una forza internazionale che si occupi anche di disarmare Hamas, ma soprattutto di vigilare sul “cessate il fuoco”. C’è però un punto importante che nessuno sta cogliendo, mentre è un capolavoro di geopolitica che non può essere stato pensato da un umorale come Trump e che quando sarà noto, ci svelerà qualche interessante retroscena.

Si tratta del riconoscimento di uno stato palestinese, cosa che nel piano viene citata, ma che, se quest’ultimo si applicasse “in toto” non sarebbe mai attuabile, in quanto viene introdotta la subordinata che vi sia una classe politica in grado di governare democraticamente (sarebbe il primo e unico stato islamico a farlo) e forse è ciò che ha recepito benissimo Netanyahu, che infatti ha accettato di dar corso alle operazioni. In fondo Trump ha già ottenuto la restituzione di tutti gli ostaggi (meno tre salme), il cessate il fuoco e la disponibilità dell’Arabia Saudita a riaccendere gli accordi di Abramo. Trump, in sostanza, col suo fare da elefante in vetreria ha ottenuto di più di mille bombe e questo, in definitiva, è un successo.

Marco Del Monte

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