“I Popolari”. Dopo l’oblio può davvero nascere un nuovo partito?

Chiusa da quasi un quarto di secolo l’esperienza del Partito Popolare, nulla è venuto in campo per raccoglierne in qualche modo l’eredità. Si è ritenuto che non ci fossero le ragioni di una presenza organizzata di cattolici, per mille motivi che qui sarebbe troppo complesso da riassumere. Sta di fatto che sul cattolicesimo politico è sceso «l’oblio», al massimo ospitato da partiti che ne hanno sostanzialmente ignorato l’apporto. Questa è l’opinione di Giorgio Merlo, a lungo esponente della Dc e poi del Ppi e attento osservatore della politica. Si potrebbe obiettare che quella cultura ha saputo convivere con altre nel Pd, almeno fino a qualche anno fa. Merlo non nega che tutto questo sia stato anche per responsabilità soggettive un po’ di tutti i protagonisti della vicenda dei cattolici impegnati in politica, ma ritiene che sia arrivato il momento di uscire da quell’oblio. Addirittura – e la scommessa pare grande – con la nascita di un nuovo Partito popolare. Alternativo alla politica muscolare dei due poli che si fronteggiano considerandosi non avversari ma nemici.

Nel suo libro “I Popolari” (prefazione di mons. Vincenzo Paglia, Marcianum Press), Merlo spiega che «una presenza attiva dei Popolari avrebbe come effetto indiretto anche quello di rilanciare la cultura, la prassi e il progetto riformista». L’autore ripensa idealmente «alla corrente della sinistra sociale guidata da Carlo Donat-Cattin prima e poi da Franco Marini, è indubbio che attraverso la loro mediazione il cattolicesimo sociale ha continuato ad essere protagonista nella concreta dialettica politica del nostro paese. Nella salvaguardia dei diritti sociali, nella difesa e nella promozione dei ceti popolari, nella trasformazione del dato sociale in un fatto politico permanente e, in ultimo, nella traduzione laica dell’ispirazione cristiana in un concreto progetto politico». Un riformismo alternativo al panorama esistente. «Il massimalismo, l’estremismo, il radicalismo e il sovranismo non sono ricette destinate a governare a lungo un paese articolato e complesso come l’Italia. E, men che meno, la deriva e la subcultura del populismo che, purtroppo, continua a prosperare – seppure in misura meno virulenta del passato – sia nella coalizione della sinistra attraverso la presenza di 5 stelle e sia in quella di centro-destra con la Lega di Salvini».

Come si vede, ce n’è per tutti. Dopo esperienze tutto sommato non vincenti – inutile qui citare i mille partiti e partitini figli della diaspora post-democristiana – «non è più ulteriormente tollerabile un contesto in cui prosperano centinaia di sigle e di movimenti e dove ognuno pensa di avere una sorta di rappresentanza esclusiva dell’area medesima. Per non parlare della figura dei cosiddetti “federatori”. Cioè personaggi che, senza alcuna legittimazione democratica e scarsamente dotati di carisma e di autorevolezza maturati sul campo, si autocandidano a guidare l’intera area Popolare in virtù di misteriose e del tutto singolari ed anacronistiche investiture». Ognuno può intuire a chi si riferisca. Ed è completamente inutile, e forse anche ingiusto, pensare che basti trovare un tetto sotto chissà quale “tenda” allestita da altri per ragioni meramente elettoralistiche. Per Merlo, al contrario, si tratta di vivificare una esperienza politica e culturale di tutto rispetto riproponendo «seppure in forma aggiornata, rivista e soprattutto contemporanea, un nuovo Partito Popolare Italiano. Cioè una formazione politica laica, di ispirazione cristiana, riformista, di governo e autenticamente democratica. Un partito che avrebbe, con una classe dirigente qualificata e realmente rappresentativa, la funzione di sapere nuovamente rappresentare una cultura politica che in questi ultimi anni si è pericolosamente inabissata e, al contempo, declinare un progetto politico centrista e riformista che è stato sempre più compresso dal bipolarismo selvaggio e dalla deriva degli “opposti estremismi” che è tornata in auge».

La domanda sorge spontanea. Se il bipolarismo resta così ingessato, dove andrebbe il nuovo Ppi? Merlo non cade nel trabocchetto politicista, ma la critica è senz’appello verso entrambi gli attuali schieramenti. «La coalizione del cosiddetto “campo largo” è, del tutto legittimamente, una coalizione di sinistra» e «l’area popolare, la cultura popolare e la stessa prassi storica del popolarismo di ispirazione cristiana sono sideralmente alternativi rispetto a questo modo d’essere». Con la destra, poi, la cultura cattolico-popolare ha ben poco a che fare. Dunque, la strada è ingombra di ostacoli. Né si vede chi possa prendere in mano la bandiera del popolarismo bisognosa di una ricucitura difficile. Pensarci però non è un esercizio accademico ma, forse, la premessa di nuove sfide.