I professionisti dell’eversione che la politica si rifiuta di affrontare: il lavoro sporco trasformato in “resistenza” e l’indignazione a orologeria

Scontri a corteo Nazionale in solidarietà al Centro Sociale Askatasuna di Corso Regina 47 a Torino, sgomberato lo scorso Dicembre - Sabato, January 31, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse) Clashes at the National march in solidarity with the Askatasuna Social Center in Corso Regina 47, Turin, evicted last December - Saturday, January 31, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

C’è una parola che nel lessico politico italiano ha compiuto una metamorfosi silenziosa, quasi inavvertita, eppure radicale: antagonismo. Un tempo designava una posizione intellettuale, una collocazione dialettica rispetto al sistema — si era antagonisti di qualcosa, contro qualcosa, per qualcosa. Oggi quel termine si è svuotato di ogni contenuto propositivo per diventare puro significante identitario, etichetta autosufficiente. Non serve più un programma, una visione alternativa della società, nemmeno un’utopia per quanto ingenua. Basta il gesto. Basta la strada. Basta la violenza.

I fatti di Torino — l’ennesima esplosione di guerriglia urbana travestita da corteo — impongono una riflessione che la classe politica italiana continua a eludere con colpevole ostinazione. Non siamo di fronte a un rigurgito ideologico, a una riedizione aggiornata del conflitto sociale novecentesco. Siamo di fronte a qualcosa di diverso e, per certi versi, di più inquietante: una militanza che ha fatto della pura contrapposizione fisica il proprio orizzonte esistenziale, che non risponde ad alcuna elaborazione teorica, che non produce documenti né piattaforme, che non dialoga nemmeno con sé stessa. Una militanza che semplicemente è, nella misura in cui agisce.

Il punto che la politica si rifiuta di affrontare è scomodo ma ineludibile: questi militanti dell’antagonismo non sono meteoriti piombati dal nulla sul corpo della democrazia. Sono tollerati. Sono, in una certa misura, funzionali. Abitano una zona d’ombra degli estremismi di sinistra dove la condanna pubblica convive con la connivenza sotterranea, dove il giorno dopo gli scontri si alzano voci sdegnate che il giorno prima avevano taciuto. L’antagonismo di strada è diventato, nel cinico calcolo di alcuni settori della politica, una sorta di squadronismo a bassa intensità: sgradevole da rivendicare, utile da mantenere. Un outsourcing della pressione politica, delegato a chi non ha volto istituzionale e dunque non ha costi reputazionali.

È questa la vera degenerazione: non tanto la violenza in sé, deprecabile ma non nuova nella storia delle democrazie, quanto il sistema di tacita legittimazione che la circonda. I “militanti dell’antagonismo” prosperano esattamente perché qualcuno, nelle retrovie della politica rispettabile, li considera il lavoro sporco che non ci si può permettere di fare in prima persona. Un meccanismo che a sinistra gode di una peculiare copertura culturale, di un residuo di nobilitazione ideologica che trasforma il teppismo in resistenza e la devastazione in “conflitto sociale”.

L’antagonismo contemporaneo non è più una categoria del pensiero critico: è un’estetica della violenza, una sottocultura che si autoalimenta, un circuito chiuso dove il nemico è intercambiabile perché non è il bersaglio a contare, ma l’atto stesso del colpire. È una forma di nichilismo che ha mutuato dall’estremismo storico il vocabolario ma ne ha espulso la sostanza, conservando solo la liturgia dello scontro. Ed è, nel suo nucleo più profondo, un problema di responsabilità politica. Finché esisteranno forze che dall’antagonismo di piazza traggono vantaggio indiretto, finché la condanna resterà un esercizio retorico smentito dalla complicità dei silenzi, finché nessuno chiederà conto a chi frequenta le stesse piattaforme e gli stessi ambienti dei devastatori, il ciclo si ripeterà. Con buona pace dell’indignazione a orologeria che puntualmente accompagna ogni mattino successivo alla notte degli scontri.