Il 27 gennaio non può più limitarsi a essere il giorno in cui ricordiamo ciò che è stato. Dopo il 7 ottobre, deve diventare anche il giorno in cui riconosciamo ciò che è tornato. Perché il pogrom compiuto da Hamas in Israele non è stato solo un atto terroristico di inaudita ferocia, ma una replica di quello che fu, non per dimensioni storiche, ma per natura ideologica. In quelle ore sono ricomparsi, dall’abisso della storia, gli stessi demoni: l’odio per l’ebreo in quanto tale, la disumanizzazione, il piacere dell’annientamento, la celebrazione pubblica della violenza contro civili.
Subito dopo il massacro, prima ancora che il sangue fosse asciutto, una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale ha trovato giustificazioni, attenuanti, spiegazioni “storiche”. Come se l’assassinio di bambini, donne e anziani potesse essere relativizzato dal contesto geopolitico. È qui che il “Mai più” si è incrinato. Non perché la Memoria non serva, ma perché non basta più, se resta confinata al passato.
La Shoah è stata l’esito estremo di un processo culturale: la costruzione dell’ebreo come colpevole ontologico, come corpo estraneo, come simbolo del male. Quel processo, oggi, è tornato sotto mentite spoglie. Si chiama antisionismo radicale, si traveste da anticolonialismo, si ammanta del linguaggio dei diritti, ma ha lo stesso fine: rendere l’ebreo nuovamente bersaglio legittimo.
Per questo, il 27 gennaio deve cambiare statuto. Non per cancellare Auschwitz, naturalmente, ma per impedire che la Memoria si riduca a una celebrazione rituale del passato, incapace di intervenire sul presente. Integrare il 7 ottobre nel Giorno della Memoria significa riconoscere che l’antisemitismo non è un relitto del Novecento, ma una minaccia attuale, viva, capace di riemergere ogni volta che l’odio viene giustificato, relativizzato o tollerato.
Se il “Mai più” non sa riconoscere i segnali del presente, allora rischia di ridursi a una formula rituale, non efficace. Il 7 ottobre ci obbliga a una scelta: o la Memoria resta un rito consolatorio oppure diventa finalmente una responsabilità politica e morale nel qui e ora. Per tutti.
