A pochi giorni dalla dichiarazione di Donald Trump che ne annunciava la costituzione, il cosiddetto “Board of Peace” – cioè l’organo di amministrazione transitoria incaricato di gestire l’attuazione del Piano per Gaza – ha assunto un profilo probabilmente diverso rispetto a quello che ci si poteva attendere. A bordo – o invitati a salirci – sono ormai molti. La presenza di Turchia e Qatar, che aveva fatto accigliare Israele, diventava una piccola notizia – quasi un dettaglio – mentre prendeva a circolare l’elenco dei Paesi i cui capi di Stato e di governo (l’Italia è nel gruppo; la Francia non intende aderire) sono stati chiamati a far parte di quel circolo.
Un invito esteso al presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, consegna la nuova creatura internazionale a uno scenario che sarebbe incauto ritenere unicamente problematico o, come qualche affrettato osservatore ha buttato lì, farsesco. Potrebbe infatti trattarsi – naturalmente con tutte le riserve che è doveroso formulare in proposito – di una specie di Onu per il Medio Oriente, ed è chiaro che l’operazione avrebbe un senso se si proponesse, e avesse l’effetto, di superare anziché di portarsi appresso le disfunzioni e la corruttela di quella screditata organizzazione internazionale.
Ma occorre aggiungere che il “Board of Peace” non è una scatola vuota, e che chi ne fa parte – a cominciare dal presidente, che è Donald Trump – è in ogni caso vincolato ai punti attuativi del Piano. Certo, fa impressione – e ha suscitato le prevedibili reazioni di Israele – il fatto che il Board e le articolazioni in cui si dirama comprendano anche parecchi nemici dello Stato ebraico, così come può lasciare legittimamente perplessi l’ipotesi che a farne parte giunga, appunto, la Russia. Ma sono impressioni e perplessità destinate ad attenuarsi se si considera la decisione da quest’altra prospettiva: una diversa sistemazione di forze obbligate, almeno teoricamente, a operare in vista di quel certo risultato (la ricostruzione di Gaza) per il tramite di un preciso adempimento (la deradicalizzazione di Gaza).
Vale la pena di ricordarlo a costo di essere noiosi: non solo il “Board of Peace”, ma direttamente gli Stati chiamati a parteciparvi, hanno il mandato di assicurare – affidando il compito a una forza di stabilizzazione – “il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza, compresa la distruzione e la prevenzione della ricostruzione delle infrastrutture militari, terroristiche e offensive, nonché il disarmo permanente delle armi detenute da gruppi armati non statali”. L’operazione è esposta a un rischio, è inutile nasconderselo: vale a dire il rischio che alcuni si rendano inadempienti, remino contro, addirittura boicottino il Piano, con Hamas e con le altre sigle terroristiche palestinesi capaci, a quel punto, di sfruttare come un manto protettivo la sostanza svuotata di quel programma. Ma non è un rischio maggiore rispetto a quello (che è certezza) costituito dal ruolo che eserciterebbero i guastatori se fossero liberi anziché in quel recinto.
Insomma, bisognerà vedere lo svolgimento, ma il titolo del tema c’è già. E Israele, chiamato a sua volta a partecipare al Board, potrebbe ritrovarsi nella funzione dell’insegnante con la matita blu al momento della verifica.
