In questi sei racconti che compongono “Il buon male” (traduzione di Maria Nicola, Einaudi), la scrittrice argentina Samanta Schweblin compie un’impresa letterariamente difficilissima: quella di fotografare l’attimo in cui reale e irreale si toccano, lasciando in sospeso le risposte su dove finisca la realtà razionale e inizi l’irreale assurdo.

Schweblin, una delle più grandi scrittrici di questi anni, è capace di cogliere con parole secche, fredde, quell’attimo tra bene e male, tra il bianco e il nero, tra saggezza e follia. In questo bellissimo “Il buon male” raggiunge vette narrative densissime: più che racconti, come ha notato qualcuno, si potrebbe parlare di “romanzi compressi”. Si sono fatti accostamenti ad Alice Munro e forse più congruamente con Raymond Carver, per dire del livello di cui stiamo parlando.

La scrittura minimalista di Schweblin è in realtà ricca di tensione, in miracoloso equilibrio tra terrore e normalità: tutto è fragile nei protagonisti di queste sei storie, nelle quali tutto può cambiare, in un attimo o in un decennio, non importa. La scrittrice argentina, che però vive a Berlino, (la sua “argentinità” la connette a Borges, a Cortazar) riesce a impressionare il lettore con questi racconti nei quali fluiscono vite comuni invase più o meno all’improvviso dalla follia, dall’allucinazione, da “altro” dalla vita reale. E c’è anche il percorso inverso, ancora più sorprendente, se si vuole: il ritorno alla “normalità” dopo l’assurdo. E così la morte di un gatto può stravolgere un equilibrio che in realtà non era tale, un bimbo ingoia una pila (“L’occhio nella gola“, forse il racconto più forte) e alla fine si crea una propria ottima vita; una donna sta per suicidarsi affogando ma poi riemerge alla vita. Un’altra donna vive come in un sogno l’essere alla mercé di un ladro mentre la madre di lui, demente, è di là.

Il confine, questo è il punto. Dice il bambino che ha ingoiato una pila rispetto al padre: «Un corpo così, bucato, è ancora un corpo? In realtà fa lo stesso, il problema non è che non riesco a parlare, il problema è che, se non parlo, lui non mi guarda». Il dramma è il padre, non il buco nella gola. Ha detto la scrittrice: «Ci sono molti punti in comune in questi racconti. Intanto c’è l’idea del buon male che dà il titolo al libro. Quante volte accade qualcosa che ci sembra una cosa brutta, ma che in realtà ci consente di diventare migliori di come eravamo prima? O, al contrario, quante volte succede qualcosa che ci sembra essere buono, ma che in realtà crea dolore?».

I protagonisti di queste storie sono sempre sul punto di spezzarsi, di volare via. Dice il ladro alla donna momentaneamente sequestrata: «Lei è questa foglia, il vento la spinge di qua e di là». È proprio così, per tutti. C’è poco da stare allegri ma non tanto per “i fatti” esteriori, quanto per i misteri interiori che circolano nei nostri corpi, come un sangue infetto, lungo una sottile linea grigia tra bene e male. Il “buon male” del titolo forse vuole dire questo: che quella linea non è insormontabile, e la vita può riprendere colore.