Duecentomila preferenze. È il numero che Luca Zaia porta con sé come un biglietto da visita e insieme come un interrogativo. Record assoluto nella storia elettorale del Veneto, tributo plebiscitario di una regione che per quindici anni lo ha seguito come un padre di famiglia affidabile.
Eppure, a poco più di un mese da quel trionfo nelle urne, l’ex governatore si trova a fare qualcosa che non aveva mai fatto prima: spiegare chi è. Il manifesto affidato alla stampa il 5 gennaio — cinque punti programmatici per una “destra liberale” — è stato letto dai commentatori come un rilancio, l’apertura di una nuova stagione politica. Ma forse esiste un’altra lettura, più prosaica e per certi versi più interessante: quella di un atto rivendicativo. In quest’ottica Zaia non starebbe fornendo un contributo ideale, ma proteggendo un patrimonio che comincia a sentire a rischio.
Il manifesto di Zaia
Rileggiamo il testo con occhi disincantati. L’ex governatore ribadisce la sua appartenenza al centrodestra, elogia il governo Meloni per lo “standing internazionale rafforzato”, si muove con prudenza diplomatica tra i vari interlocutori. Poi, con la stessa naturalezza, riafferma le sue posizioni sui diritti civili e sul fine vita: “Le questioni legate ai diritti civili non possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. Interpellano la coscienza individuale prima ancora dell’appartenenza politica”. Parole che Zaia pronuncia da anni, senza particolari clamori. Viene da chiedersi: perché sentire il bisogno di metterle nero su bianco proprio ora? Che bisogno c’è di ribadire ciò che tutti sanno già?
Una possibile risposta sta nel silenzio che lo circonda. Dalla sera del 24 novembre, quando Alberto Stefani ha vinto le elezioni regionali con quel 64% costruito anche — soprattutto — sulla spinta delle duecentomila preferenze del capolista Zaia, l’ex governatore sembra attendere. Attende forse una telefonata che tarda, un’offerta che non arriva, un riconoscimento che viene rimandato. Il segretario Salvini non si è ancora espresso pubblicamente sul suo futuro. I vertici del partito glissano, cambiano argomento, si rifugiano nel clima natalizio. Vannacci, il vicesegretario che incarna l’anima opposta della Lega, liquida il manifesto con sufficienza: “L’ho letto in maniera molto ma molto superficiale. Zaia non è il mio benchmark”.
Il rischio inflazione
In politica, il silenzio è spesso peggio del dissenso. Il dissenso si combatte, si argomenta, si supera. Il silenzio ti consuma, ti rende invisibile. E qui entra in gioco una dinamica che chi ha dimestichezza con l’economia conosce bene: quella dell’inflazione. Le duecentomila preferenze di novembre sono come un capitale depositato in banca. Se non viene investito, se non produce rendimento, il suo valore reale diminuisce giorno dopo giorno. L’inflazione politica funziona esattamente come quella monetaria: erode il potere d’acquisto — in questo caso, il potere di contrattazione — mentre l’orologio corre. I crediti elettorali, come i crediti finanziari, vanno riscossi tempestivamente o rischiano di svalutarsi fino a diventare carta straccia. Sarebbe interessante, a questo proposito, che qualche società di sondaggi misurasse quanto ogni settimana di silenzio sottrae a quel patrimonio di consenso. Non sarebbe sorprendente scoprire che il “tasso di inflazione” politica è straordinariamente veloce, anche per l’ex governatore dei record.
Oggi Zaia potrebbe chiedere molto: un ministero di peso, la presidenza di una Camera, la candidatura a sindaco di Venezia nell’anno delle Olimpiadi. Tra sei mesi potrebbe chiedere meno. Tra un anno, chissà. Roberto Ciambetti, che di Zaia è stato predecessore alla presidenza del Consiglio regionale, offre una previsione sibillina: “Nel prossimo futuro non starà per molto in Consiglio regionale”. Il traguardo sarebbe il 2027, anno delle politiche. Ma arrivarci da presidente di un’assemblea regionale — ruolo di retroguardia per un ex governatore — significherebbe presentarsi indebolito, quasi in cerca di ricollocazione. E forse non a caso l’alzata di testa di Zaia avviane subito prima dell’effettiva attività di consiglio e giunta, prima che l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica si sposti definitivamente dal Veneto che è stato, al Veneto che sarà.
Il manifesto, in questa luce, potrebbe essere letto come un segnale d’allarme travestito da proposta programmatica. Come a dire: ci sono ancora, ho ancora un profilo riconoscibile e sto aspettando. Ma se così fosse, il tono tradirebbe una certa urgenza. Perché quando devi ricordare a tutti chi sei, forse significa che qualcuno ha cominciato a dimenticarlo.
