Il comunicato della CGIL, firmato dal segretario Maurizio Landini, sull’attacco israelo-statunitense all’Iran è un piccolo manuale di contraddizione politica. La prima metà del testo è infatti impeccabile, e non potrebbe essere altrimenti: solidarietà al popolo iraniano, sostegno alle donne e agli uomini che lottano per libertà e diritti civili, richiamo al movimento “Donna-vita-libertà”, denuncia della repressione del regime degli ayatollah. Tutte affermazioni condivisibili da chiunque non sia un sostenitore dell’islamismo radicale o della teocrazia repressiva. In altre parole: premesse morali ovvie, quasi obbligatorie. È nella seconda parte che il comunicato deraglia. La CGIL respinge l’attacco “unilaterale” di Israele e Stati Uniti, invoca il cessate il fuoco, il ritorno alla diplomazia, il negoziato, il rispetto del diritto internazionale. Ma così facendo ignora — o finge di ignorare — un dato essenziale: in 47 anni di regime teocratico, ogni trattativa con Teheran è fallita. Ogni apertura è stata usata dal regime per prendere tempo, rafforzarsi, reprimere meglio, esportare instabilità e terrorismo in tutto il Medio Oriente e non solo.
Qui emerge la contraddizione: come si può dichiarare solidarietà a un popolo oppresso e allo stesso tempo condannare l’unico evento che, negli ultimi decenni, sta realmente incrinando l’equilibrio di potere che lo opprime? Se il regime non è riformabile dall’interno, e se la diplomazia si è dimostrata strutturalmente inefficace, continuare a invocarla non è pacifismo: è cecità politica. Significa non voler ammettere che certi regimi non sono riformabili, che con certi attori non è possibile alcun dialogo, che il rispetto delle regole e del diritto internazionale non funzionano con chi se ne fa beffe. Questa contraddizione non riguarda solo la CGIL. Sabato mattina, poche ore dopo la notizia degli attacchi, a Roma si dimostrava contro l’azione militare alleata. In piazza, molte sigle della sinistra, comitati femministi e gruppi di attivismo LGBTQ+. Anche qui, la frattura logica è evidente, quasi parossistica. Se si manifesta per la libertà delle donne, se si rivendicano diritti di genere, se si combatte il patriarcato, non si può allo stesso tempo manifestare contro un’azione che colpisce uno dei regimi più misogini, omofobi e repressivi del pianeta. Come se queste persone non sapessero che in Iran le donne vengono arrestate, picchiate e uccise per un velo indossato “male”; che l’omosessualità è punita con la prigione o addirittura con la morte; che i sindacalisti vengono incarcerati e torturati.
Manifestare “per la pace” contro un attacco che indebolisce questo sistema non è neutralità morale. È una scelta che, nei fatti, favorisce il regime. Bisogna essere chiari; non si accusano queste persone di essere “filo-ayatollah”. Probabilmente la massima parte di loro non lo è affatto. Il problema è un altro: un riflesso ideologico automatico che porta a criticare qualunque azione compiuta dagli avversari politici, senza interrogarsi sulle conseguenze reali delle alternative proposte. Così, in nome di un senso astratto e idilliaco di pace, si finisce per difendere la guerra permanente condotta dal regime contro i propri cittadini, e fuori dai confini dell’Iran.
Il paradosso è tutto qui: si dice di stare con il popolo iraniano, ma si rifiuta qualunque evento che possa realmente cambiare i rapporti di forza a suo favore. Si invoca la libertà, ma si condanna ciò che incrina il potere di chi quella libertà la nega. E a corollario di tutto ciò, il paradosso di queste sinistre viene incorniciato dai festeggiamenti che in Patria e in diaspora vede gioire il diretto interessato, il popolo iraniano, che vede la luce in fondo al tunnel lungo 47 anni. È malafede? È cecità ideologica? O entrambe le cose? Qualunque sia la risposta: gli ayatollah ringraziano.
