Il discorso di Trump: pacato e realista per non franare alle midterm. La differenza tra un rally elettorale e il Campidoglio

President Donald Trump arrives to speak to House Republican lawmakers during their annual policy retreat, Tuesday, Jan. 6, 2026, in Washington. (AP Photo/Evan Vucci)

Parafrasando Giulio Andreotti, per commentare il discorso di Donald Trump al Congresso si potrebbe dire che il tycoon e i suoi consiglieri abbiano scelto lo stile da qui a novembre, appuntamento fatidico con le elezioni di metà mandato: tirare a campare per evitare di tirare le cuoia anticipatamente. Chi si attendeva un intervento fuoco e fiamme è rimasto deluso. Il Presidente, per quanto eccentrico possa essere in tante delle sue uscite pubbliche, conosce bene la differenza tra un rally elettorale e il Campidoglio, tra ciò che può essere detto indossando il fantomatico cappellino rosso – circondato dal suo popolo osannante – e ciò che invece deve essere limato, persino censurato, in un discorso scandito da una ritualità tutta statunitense.

Quando i sondaggi dicono che si sta verificando una preoccupante erosione dell’elettorato indipendente, è evidente che non si possa osare più di tanto. Trump lo ha capito e ha cercato di interpretare alla sua la lezione. Non è la prima volta, e ciò risponde ad una chiara esigenza di comunicazione elettorale verso lo spartiacque delle elezioni di midterm. Lo storico parla chiaro e non induce ottimismo: i Presidenti – salvo poche eccezioni (Clinton e George W. Bush) – hanno sempre perso la maggioranza in una delle due Camere o spesso in entrambi i rami del Parlamento. Ma anche in questo caso The Donald spera di essere l’eccezione che conferma la regola, condizione che lo stimola e nella quale spera di ritrovarsi mentre osserva i risultati trasmessi dalla Fox nella notte elettorale.

L’ultima parola non è ancora detta: i Repubblicani non hanno ancora perso, e i Democratici sembrano avere un’oggettiva difficoltà a trovare una quadra gradevole agli elettori. Questa cronica difficoltà riemergerà nel 2028, quando si dovrà eleggere il successore di Trump: lì le due anime del partito dell’asinello si dilanieranno. Ma se Atene piange, Sparta non ride, perché anche i Repubblicani dovranno scegliere il successore di Trump come candidato Repubblicano. Non manca il rischio di qualche scheggia impazzita, e tanto dipenderà anche dalla presidenza Trump. Lo sanno benissimo i deputati e i senatori Repubblicani, preoccupati dai dati sull’impopolarità del Presidente e innervositi dalle suppletive anticipate che non hanno certo indicato un futuro roseo. Pesa sulla presidenza l’economia, il fallimento dei dazi per la mancata percezione dei paventati benefici sull’economia reale. Pesa per gli americani il carrello della spesa, ed è per questo che Donald ha ammesso le difficoltà, imputandole al suo predecessore (in parte è vero) ma invitando all’ottimismo.

Molti si chiedono che fine abbia fatto quel vecchio “America First” che nel primo mandato aveva fatto volare l’economia. L’America regge perché è forte il sistema economico americano, ma le difficoltà ci sono. Il Pil si attesta intorno al 4%, e gli investimenti privati segnano persino una crescita con un + 10% annuo, l’inflazione è in calo al 2,4% e il mercato del lavoro è in espansione, ma Trump deve abbattere anche la percezione negativa e “restituire agli americani” quel “sogno” che li anima e li definisce. Tanti gli interventi di defiscalizzazione su cui l’Amministrazione Usa ha puntato e che riguardano sia le persone che le imprese. Sugli esteri il messaggio è chiaro: se l’Iran non cessa con il progetto nucleare e non si uniforma alle richieste statunitensi, sarà la guerra. E Trump promette di vincerla.