Non si placa la polemica sulla vicenda del conto corrente utilizzato dal Comitato per il «No», promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati, apre uno dei fronti più delicati della campagna referendaria: quello dei finanziamenti privati e della trasparenza interna alla magistratura associata.
Tutto nasce da una lettera del Ministero della Giustizia – firmata dal capo di gabinetto Giusi Bartolozzi – e indirizzata al presidente dell’ANM Cesare Parodi, nella quale si invita la magistratura associata a valutare l’opportunità di rendere pubblici i nomi dei finanziatori del Comitato “Giusto dire No”. Una richiesta che nasce dall’interrogazione parlamentare del deputato di Forza Italia Enrico Costa, che da settimane solleva dubbi sulla compatibilità tra il ruolo dei magistrati iscritti all’ANM e il sostegno economico proveniente da privati cittadini.
Costa, già l’8 gennaio, aveva scritto su X che il modello adottato dal Comitato del No crea «uno stretto legame, non solo politico ma anche formale» tra magistrati in servizio e privati sostenitori. Il problema, secondo il deputato azzurro, riguarda un possibile conflitto di interessi: cosa accadrebbe se un magistrato appartenente all’ANM dovesse giudicare, in tribunale, un finanziatore del Comitato?
Sarebbe obbligato ad astenersi “per gravi ragioni di convenienza”? È questo il nodo che il Ministero rimette ora nelle mani dell’ANM, sollecitandola a un supplemento di trasparenza. Parodi ha dato una risposta glaciale: «Il Comitato è formalmente autonomo», spiega il presidente dell’ANM, e per questo lui stesso non sarebbe nelle condizioni di fornire i dati richiesti. Aggiunge che su quel sito è già possibile verificare ogni elemento rilevante – dallo statuto alle modalità di donazione – e che qualsiasi ulteriore richiesta rischierebbe di violare la privacy dei cittadini.
Sul piano politico, la richiesta di chiarimenti arriva anche dal fronte della destra di governo. Il senatore di Fratelli d’Italia Salvo Sallemi è intervenuto per chiedere chiarezza. Cerca di farla il giornalista Luciano Capone del Foglio, che su X posta un video del Comitato Direttivo Centrale dell’ANM del 13 settembre 2025: in quella seduta, sottolinea Capone, furono deliberati non solo la nascita del Comitato “Giusto dire No”, ma anche il suo finanziamento per 500mila euro, poi saliti a 800mila. Una ricostruzione che contraddice in modo diretto le ripetute smentite dell’avvocata Anna Falcone, attualmente volto pubblico del Comitato referendario, secondo cui non vi sarebbe alcun finanziamento dell’ANM. «Non è accettabile condurre una campagna referendaria a colpi di menzogne», afferma Capone, chiedendo che Falcone chiarisca la vicenda. La querelle porta al centro del dibattito un tema più ampio: la trasparenza delle organizzazioni che rappresentano un potere dello Stato e il rapporto, spesso ambiguo, tra identità istituzionale e militanza politica.
Il Comitato per il «No» nasce come espressione culturale e civile dei magistrati contrari alla riforma della giustizia; tuttavia, la presenza di finanziamenti ingenti, l’utilizzo di un conto corrente direttamente collegato all’ANM e l’opacità sui sostenitori creano un’inevitabile zona grigia. Ben diverso il quadro del comitato per il Sì “Giuliano Vassalli”, che alla trasparenza tiene e non poco: «Non ci ha finanziato nessuno e non ci finanzia nessuno se non i nostri soci con le proprie quote sociali previste come per legge dallo statuto approvato nell’assemblea costituente: da noi soci e finanziatori vengono rendicontati tutti», testimonia Alfredo Venturini, referente nazionale del comitato Vassalli per il Sì.
