Il metodo di Donald Trump sveglia l’Occidente dal letargo

President Donald Trump speaks during a Board of Peace charter announcement during the Annual Meeting of the World Economic Forum in Davos, Switzerland, Thursday, Jan. 22, 2026. (AP Photo/Evan Vucci)

Sparare contro Donald Trump è facile, così come è altrettanto semplice imbastire polemiche su ogni sillaba che il presidente degli Stati Uniti pronuncia – e sono tante – al solo scopo di fare notizia. Perché ormai anche la diplomazia vive l’isteria del nuovo e più drammatico “carpe diem”, che non è quello caro ad Orazio o al prof John Keating de “L’Attimo fuggente”, ma qualcosa di ben più pericoloso e angosciante: il “social carpe diem”, che cozza per sua natura con ogni tipo di riflessione e di comprensione di una strategia in atto. Così facendo, finiamo per vedere il dito e non la luna, e non capiamo che Trump non è pazzo, ma lucidissimo e sa quel che fa.

La storia del “cattivo vendicativo” può andare bene per la spicciola propaganda di una certa sinistra che si innamora del leader del momento, come l’attuale primo ministro canadese e banchiere centrale Mark Carney, che ha tenuto un discorso indirizzato alle medie potenze, parlando di alternativa all’egemonia americana. Peccato che nel suo tentativo di trasformarsi nell’anti Trump per un momento di gloria, lo stesso premier canadese abbia dimenticato un piccolissimo dettaglio: sì, il vecchio ordine è morto, ma i nemici dell’Occidente non sono scomparsi, anzi sono aumentati.

Alla fine della fiera, Trump ha ottenuto quello che voleva, partendo proprio dalla rotta artica e quindi dalla Groenlandia, che non ha mai voluto realmente invadere. A riportare tutti alla realtà è stato Mark Rutte, l’attuale segretario generale della Nato, che – senza girarci intorno – ha scagliato la verità, rompendo quel clima ostile a The Donald, imbastito dal duo Macron-Carney. Un francese e un canadese blastati (come si dice oggi) dall’olandese a capo dell’Alleanza Atlantica, l’unica cosa concreta tra tanto fumo e innumerevoli chiacchiere.

Se Donald Trump non fosse tornato alla Casa Bianca, ricorda Rutte, otto grandi economie (tra cui l’Italia, il Canada e la Spagna) non avrebbero raggiunto il 2% del Pil per la Difesa. Con le invettive di Trump, diciamo pure con le sue minacce, con quell’imprevedibilità che lo caratterizza, tutto ciò è stato possibile. Il risultato poi è a beneficio di tutti, in primis noi europei, che ci eravamo cullati nell’illusione di poter appaltare la Difesa agli americani. Trump ha spiegato forte e chiaro che non funziona così, tutti devono investire nella propria Difesa. Lo stesso vale per la spesa complessiva del 5% del Pil decisa al vertice dell’Aia, impossibile da raggiungere senza la spinta di Trump. Questa è la fredda e brutale verità. Può non piacere, può cozzare con una certa retorica, ma del resto la verità non è mai in cerca di proseliti per farsi riconoscere.

Così è stato anche su Gaza e sul Venezuela. Dopo decenni di soluzioni caotiche, per la prima volta si è messo un punto netto. A Gaza, il Board of Peace è un passo decisivo per ripristinare l’ordine ed è anche uno schiaffo all’Onu che si è tramutato in un carrozzone senza capacità di agire, perché incapace di reinventarsi. Sul Venezuela – dottrina Monroe a parte – l’Amministrazione Trump ha messo la parola fine a una dittatura grottesca e sanguinaria. Trump non sarà Thomas Jefferson e non avrà un linguaggio adatto ai salotti radical chic della politica, ma ha ottenuto più lui sul piano internazionale in un anno che Obama (mito oleografico per antonomasia) in otto, senza contare i primi quattro anni alla Casa Bianca del tycoon.