In un’Italia che fatica a rialzarsi tra inflazione, crisi internazionale e sfide produttive complesse, la Cgil torna a chiamare i lavoratori allo sciopero generale il 12 dicembre. Una mossa che porta la firma di Maurizio Landini, leader di un sindacato sempre più ancorato a vecchie logiche di contrapposizione e sempre meno in sintonia con le esigenze del Paese reale. La protesta, annunciata come un “grande atto di mobilitazione nazionale” contro le politiche economiche del governo, rischia in realtà di trasformarsi nell’ennesima giornata persa per milioni di cittadini. Perché gli scioperi non colpiscono i palazzi del potere, ma le vite quotidiane di chi lavora, di chi studia, di chi ha bisogno di servizi pubblici funzionanti. È questa la verità scomoda che molti italiani hanno ormai compreso.
Landini insiste su una retorica di opposizione totale, più utile a tenere viva una narrazione di conflitto che a costruire un tavolo di confronto serio. Eppure, proprio in questo momento storico, servirebbero dialogo, visione e responsabilità. L’Italia ha bisogno di una classe dirigente capace di unire, non di dividere. Ha bisogno di sindacati rinnovati, pronti a interpretare il lavoro che cambia, non a ripetere schemi del passato che non parlano più ai giovani né ai nuovi lavoratori.
Lo sciopero generale del 12 dicembre, a conti fatti, appare come una manifestazione simbolica più utile a riaffermare la leadership interna di Landini che a ottenere risultati concreti per il mondo del lavoro. Ma la sensazione diffusa nel Paese è che la stagione delle piazze vuote e degli slogan gridati sia finita. Gli italiani vogliono fatti, collaborazione, riforme credibili, non giornate di stop che pesano sulle famiglie e sulle imprese.
Il sindacato avrebbe oggi l’occasione storica di cambiare pelle, diventando interlocutore moderno e costruttivo del governo e delle parti sociali. Ma per farlo, dovrebbe abbandonare il linguaggio della protesta perpetua e scegliere quello del dialogo vero. Solo così potrà tornare a rappresentare davvero i lavoratori e non sé stesso.
