Il Pd voleva un’Alta Corte per i magistrati, c’è chi non dimentica: il 15% dem vota Sì

Con toni più pacati e con un’atmosfera calmierata dal monito del custode della nostra Carta Costituzionale, continua la campagna referendaria che ci porta diritti al voto del 22 e 23 marzo. Era necessario un clima più sereno. Anche perché è proprio quando si rasserenano gli animi e si respira un clima favorevole al dibattito costruttivo che si riesce a mettere in campo l’uso di quel pensiero lento, mutuandolo da Daniel Kahneman nel suo saggio “Thinking, Fast and Slow”: così è possibile approfondire le ragioni, studiare le cause e arrivare a conclusioni più profonde e logiche. A partire dal nuovo organo dell’Alta Corte disciplinare. Ormai risuona familiare un po’ dappertutto.

È uno dei punti cardine della riforma. È un organo previsto dalla legge sulla separazione delle carriere, approvata in via definitiva dal Parlamento e destinata al vaglio del prossimo referendum costituzionale. Alla riforma del governo Meloni, il Pd, com’è noto, si è opposto. Ed Elly Schlein, come è ovvio, ha già dettato la linea. Ha chiesto ai propri elettori di opporsi e schierarsi contro la legge con un secco No. Stucchevole. Si resta davvero sbigottiti a prendere sul serio il diktat della segretaria. Ma perché mai restare stupiti da questa presa di posizione? Riavvolgiamo il nastro e con pensiero lento andiamo a ritroso alla campagna elettorale del settembre 2022.

C’è un dettaglio, parte integrante del programma politico del Pd, e precisamente a pagina 30, che recita così: “Proponiamo di istituire con legge di revisione costituzionale un’Alta Corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate”. Ricalcolo? No. Rileggiamolo, piuttosto! Ebbene sì: il Pd proponeva nel suo programma elettorale proprio l’Alta Corte, che a breve ci chiamerà ad esprimerci nelle urne.

È molto chiaro che il dibattito si apre a mille analisi e diverse valutazioni. La prima da considerare è che se il Pd era, e tutt’oggi deve esserlo per coerenza politica, favorevole alla nascita del nuovo organismo, deve sostenere che i due Csm nascenti saranno esautorati della loro funzione disciplinare (altro caposaldo della legge) ed allinearsi quindi alla traccia della riforma. Mentre, nel caso delle carriere separate, si coglie l’evidente ritirata del Partito democratico in un ostruzionismo di matrice antiberlusconiana. Il che evoca una prospettiva rivolta più al passato che al progresso del sistema.

E va detto che è tutto il fronte del No alla separazione delle carriere, inclusa l’opposizione dell’Anm, a suggerire una nostalgia del conflitto fra politica e toghe. Potremmo dire che, tutto sommato, delegare la giustizia disciplinare dei magistrati, come previsto dalla riforma Nordio, e quindi affidarla a un’Alta Corte, sembra la soluzione più efficace, se l’obiettivo è rendere il meno possibile corporative e autodifensive le decisioni sulle condotte dei giudici. È di una logicità pura e semplice: chi nomina di ruolo un giudice presso una determinata Procura, per forza di cose poi non si può arrogare il compito di giudicarlo in un provvedimento disciplinare.

Quindi cosa ne deriva? Che il Pd resta pur sempre schierato contro una riforma che aveva promesso agli elettori in caso di vittoria? No. Non vogliamo crederlo. Anzi, siamo convinti che molti elettori di sinistra si schiereranno con il fronte del Sì. D’altronde, già nei sondaggi un 15% lo è. E anche autorevoli esponenti – come l’ex deputata Anna Paola Concia, l’ex ministro dell’Università e volto storico della sinistra italiana Cesare Salvi, Enrico Morando, Stefano Ceccanti, il dalemiano Nicola Latorre e perfino l’uomo del Jobs Act di renziana memoria Tommaso Nannicini – si sono espressi per il Sì. E non dimentichiamo le eccellenze della Corte Costituzionale, i giudici Augusto Barbera, Giulio Prosperetti e Nicolò Zanon, per i quali il Sì alla riforma è convintamente nel segno del progresso e non dell’immobilismo. Il Pd dunque deve dare forma e azione a un suo convincimento programmatico sulla giustizia. Lo deve al suo elettorato. Lo deve per coerenza. Ma anche e soprattutto per una questione etica e morale delle posizioni politiche del partito. Lo ha promesso in vista delle ultime politiche. Il Pd deve votare Sì.