Il piano Usa tra linea gialla e truppe a Gaza, ma il disarmo di Hamas resta un’incognita

Palestinians walk among destroyed buildings in Khan Younis, southern Gaza Strip, Sunday, Nov. 2, 2025. (AP Photo/Jehad Alshrafi)

Negli ultimi giorni, Washington ha accelerato sulla definizione di una fase intermedia post-guerra a Gaza. Il progetto, delineato in incontri riservati fra diplomazie occidentali e governi arabi, prevede la creazione di una forza multinazionale incaricata di separare fisicamente le forze di Hamas dai reparti dell’Idf, stabilizzare la Striscia e garantire la nascita di zone umanitarie protette.

Il fulcro è la cosiddetta “linea gialla”, un tracciato virtuale dentro Gaza stabilito negli accordi di Sharm el-Sheikh, oltre il quale Israele dovrebbe ridisporsi lasciando spazio a contingenti internazionali. Secondo fonti diplomatiche statunitensi, la demarcazione è concepita per mantenere in mano israeliana snodi strategici – arterie logistiche, aree di sorveglianza, punti di controllo – senza però riprendere un’occupazione permanente della Striscia.

Ma la realtà sul terreno è più complessa. Analisi satellitari indipendenti indicano che unità dell’esercito israeliano sono ancora posizionate oltre la linea, specie nel corridoio centrale. Segno che il ritiro è parziale e condizionato dall’evoluzione della trattativa politico-militare e dalla necessità, per Israele, di prevenire un ritorno in armi di Hamas. Secondo le ultime indiscrezioni raccolte da fonti diplomatiche, Stati Uniti, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Marocco sarebbero pronti a partecipare. Il modello è quello di una Forza internazionale di stabilizzazione (Isf), con componenti militari leggere, ingegneri, unità logistiche e polizia per garantire la stabilità.

Washington insiste per una presenza simbolica americana – centinaia di uomini per comando e supporto – ma senza truppe da combattimento sul terreno. L’obiettivo politico è chiaro: evitare immagini di soldati Usa a Gaza a fianco degli israeliani. Israele ha inoltre diritto di veto sulla composizione nazionale del contingente. È già stato esercitato, secondo fonti governative, contro una possibile presenza turca. Ankara proponeva di inviare personale ingegneristico per la ricostruzione; Gerusalemme ha risposto che non è accettabile.

Parallelamente, si stanno strutturando zone umanitarie protette nel nord e nel sud della Striscia: scuole, cliniche, servizi idrici e sanitari, trasporti. L’idea è creare nuclei di normalità dove far rientrare temporaneamente gli sfollati, sottraendo la popolazione civile al controllo armato di Hamas e avviando un lento processo di ricostruzione. Molti profughi dovranno rimanere nelle zone umanitarie per anni, fino a che le loro abitazioni non saranno ricostruite. Gli Stati Uniti stanno anche trattando con clan locali e milizie palestinesi non allineate ad Hamas. L’obiettivo, ambizioso, è cooptare elementi locali nelle future forze di sicurezza palestinesi, probabilmente da amalgamare con quelle che proverranno eventualmente dalla Cisgiordania, minimizzando il rischio di infiltrazioni da parte dei terroristi.

Si tratta, in sostanza, della prima bozza di un’alternativa politica palestinese ad Hamas – un passo che gli Stati Uniti ritengono indispensabile prima di parlare di Stato palestinese o di ricostruzione completa. L’ostacolo principale, tuttavia, resta il più ovvio: Hamas è ancora armata e ancora nel territorio. Non solo: informazioni dell’intelligence israeliana indicano che l’organizzazione dispone dei resti della maggior parte degli ostaggi uccisi; eppure, sostiene di non poterli localizzare, chiedendo bulldozer e mezzi pesanti per poterli recuperare. Questo può significare sia che vuole prendere tempo, sia che vuole i mezzi pesanti per trasformarli in armamenti. Un comportamento che molti osservatori leggono come un tentativo di ricostruire margini negoziali, anche per rispondere alle critiche interne dopo lo scambio ostaggi-prigionieri che ha lasciato in carcere i vertici del gruppo, in particolare.

Nel complesso, il piano americano è nato per rispondere a due necessità: impedire il ritorno di Hamas al potere armato ed evitare che Israele si impantani in un’occupazione permanente. Non mancano i dubbi e le critiche a Gerusalemme, a Washington, nel mondo arabo e fra osservatori internazionali. Ma, a oggi, non esiste un’alternativa praticabile che garantisca contemporaneamente sicurezza israeliana, assistenza ai civili palestinesi e transizione politica. La pace a Gaza, ammesso che sia possibile, passerà necessariamente per una fase militare internazionale di lungo periodo, con una fragile architettura diplomatica e una costante tensione fra ordine, pressione politica e rischio di nuove violenze.