Fra qualche mese saremo chiamati a votare su un nuovo referendum, quello sulla separazione delle carriere dei magistrati. Un altro referendum. Ne facciamo spesso, con la gente che va sempre meno ai seggi. È un tema enorme, quello della disaffezione dai referendum, che interroga non solo la politica ma anche la dottrina costituzionale: è ancora uno strumento efficace della democrazia italiana? A questa domanda prova a rispondere un libro appena uscito e di grande interesse: “Le stagioni del referendum – La democrazia diretta tra populismo e social media”, a cura di Anna Chimenti (Giappichelli Editore). Si tratta di un volume corale di giuristi di grande esperienza, che analizza il referendum da tutti i punti di vista: storico, giuridico, politico e sociale, e si può dire che qui si trova tutto ciò che serve.
Nell’introduzione, Enzo Cheli fotografa con lucidità il passaggio dalla “Repubblica dei partiti” alla “Repubblica dei referendum”. Un’evoluzione che ha segnato la storia costituzionale italiana, ma anche il progressivo logorarsi di un istituto nato come strumento di partecipazione e divenuto spesso un mezzo di scontro o manipolazione politica. Cheli mette a fuoco alcuni nodi di fondo che attraversano tutto il volume: tra questi l’uso manipolativo dei quesiti, motivo di innumerevoli polemiche sul famoso “abuso” del referendum, causa, secondo alcuni, del crescente astensionismo.
I vari contributi esplorano temi che vanno dal rapporto tra referendum e forma di governo (Morrone e Medico), al legame tra referendum costituzionali e proposte di revisione dal 2001 a oggi (Ceccanti e Clementi), fino al complesso rapporto tra sinistre e referendum (Mancina). Un passaggio centrale è l’analisi del 2016, anno in cui, quasi in contemporanea, si tennero due consultazioni popolari destinate a lasciare un segno profondo: il referendum costituzionale italiano e il referendum britannico sulla Brexit. Chimenti evidenzia come in entrambi i casi si trattò di “referendum dall’alto”, indetti dai governi, che finirono per travolgere i rispettivi sistemi politici, trasformando la forma di governo stessa. Segue una sezione più tecnica ma di grande utilità, dedicata ai procedimenti referendari: Chiariello esamina la giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di ammissibilità dei quesiti; Esposito affronta i problemi emersi con i referendum sull’autonomia differenziata; Bonini analizza gli effetti della raccolta digitale delle firme, una frontiera ancora incerta tra partecipazione e controllo.
Di particolare attualità la citazione di Ceccanti e Clementi sul referendum costituzionale (come quello sulla separazione delle carriere), uno strumento «che sia gestito meglio per non indebolire la sovranità popolare ma rafforzarla, rendendola uno strumento effettivo di partecipazione responsabile, in una democrazia costituzionale matura, in cui il giudizio sia effettivamente sul merito delle innovazioni proposte e non un “test” sul governo pro tempore». Ancora sull’astensionismo: Marella lo osserva da un punto di vista statistico e territoriale, con particolare attenzione alla partecipazione del mondo femminile; Sciarra indaga il nesso tra quorum e disaffezione elettorale. Natale chiude con una riflessione di sistema, di ispirazione rousseauiana, sulle ragioni profonde della partecipazione alla Res Publica.
Mentre ci avviciniamo a un nuovo referendum, vale la pena leggere questo saggio. Per capire non solo come votare, ma se, e fino a che punto, quel voto conti ancora davvero.
