Interno notte: marito e moglie dormono tranquillamente nel loro letto mentre i loro bambini riposano anch’essi nella stanza accanto. Improvvisamente alle 3 di mattina la porta viene aperta e i due vengono svegliati bruscamente da un gruppo di uomini armati e vestiti di nero che irrompono e puntano loro le armi: terrorizzati, alzano le mani in segno di resa, pensando confusamente di trovarsi di fronte a un’irruzione di malviventi. Ma non è così: si tratta dei ROS dei Carabinieri che perquisiscono tutta la casa ed eseguono un ordine di custodia cautelare del Gip di Catanzaro nei confronti dell’uomo per concorso esterno in associazione mafiosa e lo portano in carcere. Così, in un attimo e senza capire il perché, la vita cambia. Comincia così prima dell’alba del 9 gennaio 2018 per Giuseppe Tridico, un giovane geometra incappato nell’inchiesta Stige, un incubo che durerà fino alla sentenza definitiva del 26 novembre 2025 della Cassazione, che conferma definitivamente la sua assoluzione.
La vicenda processuale si riassume in poche battute: Giuseppe Tridico, di origine calabrese, si trasferisce da giovane con la famiglia in Toscana, dove studia e intraprende la sua attività di geometra libero professionista, si sposa e mette a sua volta su famiglia e studio professionale. Passa tutto il suo tempo in Toscana, dove vive, e in Calabria torna per passare una settimana di vacanza al mare nel 2014 dove occasionalmente incontra un suo conoscente con il quale aveva fatto il servizio militare e che non aveva mai più visto, che gli dice di avere un’impresa edile e che sarebbe stato interessato a eventuali lavori in Toscana. In quattro mesi vi sono alcuni scambi di indicazioni per telefono con lui e un giovane da lui indicato quale suo collaboratore di possibili opportunità di lavori, che non si concretizzano mai in niente, e poi tutto finisce lì. Questi innocenti colloqui telefonici sono intercettati perché gli interlocutori erano oggetto di indagine e il nostro Tridico diviene, per la polizia giudiziaria che così lo definisce nelle sue informative, il “referente” della cosca nel centro Italia, in Toscana e Umbria e dopo quattro anni viene arrestato.
Fortunatamente, dopo il rigetto del riesame, la cassazione accoglie il ricorso in sede cautelare per motivi procedurali e dopo sei mesi di carcere Tridico torna in libertà. Il processo prosegue e in primo grado è condannato a dodici anni di reclusione per concorso esterno, anche se gli altri due concorrenti nello stesso reato sono entrambi assolti. In appello invece è anch’egli assolto con formula ampia perché il fatto non sussiste, in quanto la Corte non ravvisa alcun elemento del concorso esterno nella sua condotta: non ha svolto nessuna operazione, non ha concluso nessun affare o intermediazione e manca addirittura anche la prova che egli fosse consapevole dell’appartenenza dei suoi interlocutori a una organizzazione criminale. In altre parole, l’assoluzione deriva dalla semplice e corretta analisi dello stesso identico materiale probatorio a disposizione di tutti fin dall’inizio, ritenuto del tutto insufficiente a configurare il reato contestato, senza nessuna particolare e ulteriore acquisizione probatoria. La Cassazione rigetta infine il ricorso della Procura Generale di Catanzaro e pone la parola fine a questa vicenda.
Fa riflettere, ma è allo stesso tempo inaccettabile, che errori giudiziari come quello di cui si tratta siano considerati come possibili “danni collaterali”, giustificati nell’ottica della lotta alla criminalità organizzata. L’amministrazione della giustizia non può ragionare in termini “militari”, ma anzi deve porre la massima attenzione e cautela nel filtro selettivo della sua azione di contrasto proprio per ribadire la superiorità concettuale e culturale di chi agisce in nome del diritto e del rispetto delle norme, senza trasformarla in esercizio di forza. E se da un lato la funzione del difensore è proprio quella di assicurare una adeguata difesa nelle aule di Tribunale e negli uffici della Procura, genera sconforto e smarrimento il vuoto dell’informazione nel panorama editoriale e mediatico, che privilegia l’ottica dell’accusa, specie in fase di indagini e cautelare, e non presta la stessa attenzione a quello che è invece il centro dell’attività giudiziaria: il processo e la sentenza.
Meglio delle nostre valgono le parole di Tridico: “In un momento mi è stato portato via tutto: la famiglia, il lavoro, la dignità, lo stesso senso della mia vita senza sapere perché, di fronte al mistero di un’accusa per me incomprensibile. Ho ripercorso tante volte, specie nel dramma del carcere, le mie azioni senza trovare una ragione: e si ha la sensazione di essere in balia di un meccanismo incomprensibile e incontrollabile. L’unico collegamento con la vita sono stati i miei difensori, che hanno rappresentato l’ancora per non perdermi e il sostegno per continuare a sperare, pur nell’incertezza di cosa sarebbe successo. Questo incubo è durato per sette anni, durante i quali non smetti mai di pensare a cosa potrebbe accadere e vivi un tempo sospeso, in cui non puoi vivere come vorresti e che nessuno ti restituirà. Vi ringrazio per aver dato voce a chi ha potuto sperimentare sulla propria pelle la lama tagliente e affilata di un’accusa infondata nei confronti di un innocente, perché vorrei che la disperazione e il dolore che ha procurato a me si possa trasformare nella speranza che casi come il mio possano servire da esempio e monito per evitarne altri”.
