C’è un filo sottile che lega il Polesine al Palazzo. Un filo che si tende ogni volta che il Veneto cerca di farsi ascoltare oltre il Brennero della politica nazionale, quella linea invisibile oltre la quale le ragioni di un territorio diventano variabili secondarie nelle geometrie romane. Le elezioni suppletive di Rovigo, il 22 e 23 marzo, sono molto più di un appuntamento amministrativo per riempire un seggio vacante: sono un paradigma. Il seggio è quello di Alberto Stefani, transitato dalla Camera alla presidenza della Regione, e la partita per la sua successione racconta plasticamente il rapporto tra centro e periferia.
Da un lato un professionista di fiducia del partito, con un profilo nazionale e una competenza maturata ai vertici della Lega; dall’altro un avvocato radicato nel tessuto polesano, espressione diretta di un territorio che chiede voce. Due modelli legittimi di rappresentanza, due risposte diverse alla stessa domanda — che Spritz raccoglierà in queste settimane, a partire da questo numero —: chi parla per il Veneto a Roma? E soprattutto: Roma è disposta ad ascoltare?
La questione non riguarda solo le suppletive. Il cammino dell’autonomia differenziata, ripartito con le pre-intese del 18 febbraio, ripropone lo stesso schema: una regione che rivendica competenze e un centro che concede col contagocce, tra sentenze della Consulta e passaggi parlamentari dai tempi biblici. In questo numero di Spritz proviamo a percorrere quel filo. Perché quando il Veneto chiama Roma, il minimo che si possa fare è rispondere.
