In morte di Dick Cheney, il Richelieu Usa: il falco che ha esportato la democrazia

FILE - In this April 25, 2013, file photo former Vice President Dick Cheney participates in the dedication of the George W. Bush Presidential Center in Dallas. In an interview Sunday, Oct. 27, 2013, Cheney said Republicans need to look to a new generation of leaders as the party deals with poor approval ratings following a 16-day partial-government shutdown. He said Republicans need to have "first-class" candidates and look to its strategy and a new generation. (AP Photo/David J. Phillip, File)

Dick Cheney era un duro, ma silenzioso e garbato: era un repubblicano, l’antimateria di Donald. Trump che ha avversato fino all’ultimo dichiarando che avrebbe votato per Kamala Harris come sua figlia anche Litz. Era un uomo concreto e non gioviale, ben rasato e curato anche nelle buone maniere. Considerava Donald Trump il nemico della Repubblica, un Catilina. Mangiammo allo stesso tavolo al Senato quando il vicepresidente degli Stati Uniti venne a Palazzo Madama.

È morto ieri a 84 anni a casa sua, distrutto dagli esiti di una polmonite e da un sacco di guai cardiocircolatori. Aveva avuto tre infarti ed era un campione neocons che volevano esportare la democrazia nel mondo con le buone o con le cattive: “Guardi il Giappone, una delle democrazie meglio riuscite; l’abbiamo creata noi e i giapponesi ne sono felici”. Era stato lui a convincere Bush ad attaccare l’Iraq per liquidare Saddam Hussein nemico dell’impero americano. Il dittatore figurava nelle liste dell’archivista Mitrokhin come agente russo e spartiva i suoi favori con Mosca e con Parigi. Ma fu con la guerra all’Iraq che si creò la frattura con Vladimir Putin, nel 2004 poco più di una speranza: un russo a cavallo col cappello da cowboy e che fa a pugni con le tigri.

Alla buvette del Senato servivano cibi rari da nouvelle cuisine. Dick disse che non rimpiangeva l’Iraq: Saddam le armi di distruzione di massa le aveva e le aveva appena usate per ammazzare una mezza milionata di giovani iraniani con una buona innaffiata di sarin russo nelle paludi fra il Tigri e l’Eufrate. Parlava quasi sussurrando e con lunghe pause, ma tutto ciò che diceva era contrario alla visione politica di Trump: l’Occidente deve essere un blocco unico perché lo scrigno che contiene in sé i principi e i segreti della civiltà occidentale e che doveva restare unito. Se c’è un nemico dell’Occidente armato e bellicoso, lo si neutralizza. Fremeva per gli impianti nucleari iraniani e diceva che prima o poi l’America avrebbe dovuto distruggerli con le sue le bombe e considerava la Cina un Paese dalla promettente preistoria ma che viveva di furti. Portava la salvietta appesa al collo per risparmiare oleosi incidenti alla cravatta argentata e monotona. Della Cina non vedeva ancora la genialità tecnologica e non sapeva dire se sarebbe stata la seconda Cartagine. Dick Cheney non aveva dubbi sulla supremazia intellettuale, morale, industriale e creativa dell’Occidente.

Servì il suo Paese come vicepresidente dal 2001 al 2009 ed era molto più di un vice: era il capo del partito americano della guerra didattica e mi disse di conoscere tutte le armi usate da tutti gli eserciti del mondo, Ma disse anche che le armi servono ad evitare le guerre. Di Trump allora non si parlava molto ma trovò il modo per dire che era un pericolo vivente per la democrazia americana. Prima Cheney era stato Segretario alla difesa. Dick era solo il suo soprannome: per l’anagrafe era Richard Bruce Cheney ed aveva riorganizzato le forze armate americano nel periodo della morte del comunismo sovietico, dal 1989 al 1993. Fu lui ad affrontare dal Pentagono l’attacco alle Torri dell’11 Settembre 2001 ed era inflessibile sul punto principale: ai terroristi non vanno lasciate vie d’uscita e nemmeno di redenzione.

Era stato anche un fautore della guerra del Vietnam – “e lo rifarei”, aggiunse – perché ci sono guerre che vanno combattute per dare il segnale della linea rossa che non può essere varcata. Era stato nixoniano con Nixon, poi Capo del gabinetto della Casa Banca. Non era un veterano, ed entrò in politica come democratico ma diventando sempre più conservatore tanto da approdare al Grand Old Party. Fu lui ad organizzare la guerra “Desert Storm” per strappare all’Iraq il Kuwait conquistato con la forza. Non face carriera nel partito democratico perché era un “falco” e appena eletto sostituì Bush ricoverato per una colonscopia, giurando sulla Bibbia. Ma si teneva fisicamente alla larga da dove si trovava Bush, mi disse, perché un Presidente è un bersaglio vivente. Parlava volentieri e non rimpiangeva quinte. In fondo l’America dell’inizio di questo secolo era ancora grande, forte, temuta e rispettata come scrisse nel suo saggio “Progetto per un nuovo secolo americano”.