In piazza a testa alta, con gli ebrei, stasera. Quelli che vorranno potranno indossare la kippah, il copricapo tradizionale per gli uomini.
A Roma, Milano, Venezia portarla in testa, nelle occasioni pubbliche, non si può più. Lo sconsigliano le autorità di Pubblica sicurezza,: niente simboli religiosi in pubblico. Nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 l’antisemitismo in Italia ha raggiunto livelli inediti dal dopoguerra, con centinaia di episodi registrati e un clima di ostilità diffuso.

Per reagire, questa sera a partire dalle 19 in piazza Santi Apostoli a Roma si terrà una manifestazione promossa da Setteottobre per «la libertà di essere ebrei in Italia» e per ribadire che combattere l’antisemitismo significa difendere la democrazia e la coscienza civile. Conduce Antonio Monteleone. Sul palco sono attesi Riccardo Di Segni, Victor Fadlun, Walker Meghnagi, Noemi Di Segni, Flavia Fratello, i direttori Tommaso Cerno e Claudio Velardi, oltre a esponenti politici come Elena Bonetti, Maria Elena Boschi, Maurizio Gasparri, Lucio Malan, Simonetta Matone, Pina Picierno. Aderiscono oltre 50 realtà, tra cui comunità ebraiche italiane, Ucei, Ugei, associazioni di amicizia Italia-Israele, Fiap, Evangelici d’Italia per Israele, Il Riformista e Keshet. Con Stefano Parisi, presidente di Setteottobre, entriamo nel merito dell’appuntamento di oggi.

Perché scendere in piazza proprio adesso?
«Perché assistiamo ogni giorno a manifestazioni antisemite nelle piazze e a violenza squadrista nelle università. La storia di Israele viene distorta e istituzioni italiane danno spazio a propagatori di menzogne antisemite. Era necessario reagire. Gli ebrei devono poter tornare in piazza sicuri e sentire che la libertà di pensiero ed espressione è tutelata per tutti».

Quale messaggio volete dare agli ebrei italiani?
«Il 30 ottobre chiediamo a chi porta simboli e identità ebraiche di venire in piazza senza paura, e dal giorno dopo di tornare in scuole e università per parlare a testa alta, con orgoglio e con la necessaria sicurezza. L’ondata di antisemitismo non conosce tregua: dobbiamo essere presenti nello spazio pubblico e culturale, senza arretrare».

Come interpreta l’esplosione dell’antisemitismo dopo il 7 ottobre?
«Si è azzerato un freno morale. Alcuni dicono che gli israeliani stiano facendo ai palestinesi ciò che noi abbiamo fatto agli ebrei e si sentono autorizzati a esprimere ostilità antica. È un antisemitismo nuovo che richiede un linguaggio nuovo e un’azione politica concreta. Basta con la retorica rituale: vogliamo difendere gli ebrei vivi, che reagiscono e si difendono contro i veri nemici dell’Occidente, l’islam radicale, nemico anche dei musulmani moderati».

C’è una guerra cognitiva che investe i giovani di licei e università?
«Sì, ma la minoranza violenta è piccola. Il problema è l’Accademia che la protegge. I Rettori, i professori, i presidi sono spesso dalla parte sbagliata. Oggi spesso non si può dibattere: se non si accetta l’idea che a Gaza ci sia un genocidio, non ti fanno parlare. La maggioranza degli studenti vuole studiare e ascoltare. Una minoranza squadrista è sostenuta da senati accademici e da una parte della politica. È ora di aprire gli occhi».

Cosa chiedete a politica, università, élite culturali e mediatiche?
«Di uscire dall’ambiguità e difendere con coerenza libertà religiosa, libertà di parola e sicurezza delle comunità ebraiche. Servono regole applicate, sale protette per i dibattiti, responsabilità verso chi impedisce il confronto».

Qual è il messaggio che deve restare il giorno dopo?
«Quello ricordato ieri dal Papa: l’antisemitismo è intollerabile in una democrazia. Difendere gli ebrei significa difendere la libertà di tutti. Questo è il cuore della nostra manifestazione».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.