In trattativa con Trump, Giusti: “Segue il modus operandi dell’immobiliarista. Rubio ha il suo peso. Il Venezuela è una vittoria strategica”

Carlo Alberto Giusti, il rettore della Link Campus di Roma, impegnato nel dialogo tra istituzioni scientifi che americane e italiane, è tra i “trumpologi” più noti nel dibattito pubblico.

Che cosa è successo davvero in Venezuela? Da cosa è motivata questa grande operazione americana? Era prevedibile?
«Bisogna ripartire dal programma elettorale della campagna presidenziale di Donald Trump. Lì è scritta con chiarezza la linea che il Presidente intende tenere nei prossimi quattro anni. Trump, come ha ribadito anche Marco Rubio in conferenza stampa, difficilmente si discosta da quanto promesso agli elettori».

Il Venezuela era dunque un obiettivo già dichiarato?
«Sì. Trump aveva indicato il Venezuela come target, legandolo al narcotraffico e all’espansione delle gang venezuelane negli Stati Uniti. Aveva parlato di invasione criminale, in particolare in California. Lo aveva annunciato e lo ha fatto».

Ha colpito la rapidità del blitz. Che cosa indica?
«La facilità dell’operazione fa pensare a mesi, se non anni, di preparazione da parte dell’intelligence americana».

Perché questa operazione ha sorpreso molti osservatori?
«Perché si fatica ancora a riconoscere in Trump una coerenza strategica. Eppure è proprio questa coerenza che, nel bene e nel male, sta dimostrando».

L’operazione in Venezuela può innescare un effetto domino anche su Cuba e Colombia?
«È ancora da capire se le dichiarazioni su Cuba e Colombia servano a chiarire che questa è solo la prima fase di una strategia più ampia, oppure se Trump intenda davvero estendere azioni di questo tipo anche ad altri Paesi, come Cuba».

Quanto pesa il ruolo di Marco Rubio in questa strategia latinoamericana?
«Molto. È una vittoria strategica anche per lui. Da figlio di esuli cubani, Rubio ha una sensibilità politica fortemente orientata verso l’America Latina, forse più che verso altri dossier come l’Ucraina o il Medio Oriente».

E la Groenlandia?
«Trump segue il modus operandi dell’immobiliarista abituato alla trattativa. Chiede cento per ottenere cinquanta. Parla di conqui sta della Groenlandia per riuscire a ottenere diritti di sfruttamento di risorse e avamposti per le rotte commerciali».

Che anno sarà il 2026 per gli Stati Uniti?
«Siamo oggi al primo anno di presidenza Trump. Il gelo che accompagnò la sua proclamazione resta anche simbolicamente nei rapporti con il deep state. Trump non ha scaldato il cuore dell’apparato federale, ma sta ottenendo risultati concreti».

Come descriverebbe il primo anno di politica estera di Trump?
«Una galoppata ininterrotta tra Pacifico e Atlantico  per far sentire il peso istituzionale e commerciale degli Stati Uniti e mantenere, almeno in parte, le promesse elettorali. La crisi mediorientale, in particolare, ha assorbito la prima metà del mandato».

Qual è stato il risultato più rilevante in Medio Oriente?
«Aver garantito un cessate il fuoco negli ultimi mesi. E la restituzione di tutti gli ostaggi del 7 ottobre. Oggi lì non si muore più come prima, ed è sempre una buona notizia».

Sul fronte russo-ucraino, però, al di là degli annunci…
«Gli sforzi ci sono. Trump tenta di convincere uno degli avversari più difficili: Vladimir Putin. Che ha un vantaggio: Trump è un presidente a termine, Putin no. Anche una guerra lunga, che logora l’economia russa, difficilmente ne scalfisce il consenso interno».

Se cambia il Venezuela, perdono Iran, Cina e Russia. Il domino continuerà?
«Potremmo essere vicini a una svolta storica, con la cautela che una fase di transizione storica complessa come questa impone