Francesca Albanese ha deciso di informare il mondo – e in particolare il Corriere della Sera, destinatario di una querela per diffamazione – che indaga su Gaza da ottocentocinquantanove giorni. Ha scritto quel numero per esteso, con la solennità di chi incide una data nella pietra. Ottocentocinquantanove giorni di lavoro, ha specificato, «mio e altrui», su crimini contro la popolazione civile. Un’affermazione che trasuda la sacralità di chi considera il proprio operato non soltanto utile, ma fondamentalmente inoppugnabile. “La misura – scrive – è colma”.
Ci sia consentito, con rispetto, di prendere in prestito quel numero e sottoporlo a un esercizio di comparazione. In ottocentocinquantanove giorni, un agricoltore della Pianura Padana porta a termine più di due cicli completi di coltivazione del riso. Ne produce qualcosa come trecento tonnellate. Riso vero, che nutre persone vere, che finisce in piatti veri. In ottocentocinquantanove giorni, un muratore con una squadra di quattro persone costruisce da zero una palazzina di tre piani, con tanto di fondamenta, impianti, intonaco e consegna delle chiavi. In ottocentocinquantanove giorni, un panettiere produce approssimativamente trecentomila pagnotte. Trecentomila. È un numero che ha il pregio della concretezza: ogni singola pagnotta è stata impastata, lievitata, infornata e venduta. È uscita dal forno calda, e qualcuno l’ha portata a casa. Non è stata presentata al Consiglio dei diritti umani, ma ha sfamato qualcuno: un risultato apprezzabile.
In ottocentocinquantanove giorni, un idraulico risolve circa duemilaseicento guasti domestici. Duemilaseicento famiglie che avevano un tubo rotto e ora non ce l’hanno più. L’idraulico non ha mai definito nessuno «nemico dell’umanità», ma l’umanità gli è probabilmente grata.
In ottocentocinquantanove giorni, un pescatore del medio Adriatico esce in mare all’incirca seicento volte e porta a riva qualcosa come novanta tonnellate di pesce. Pesce che finisce nei mercati, nelle pescherie, sulle tavole. In ottocentocinquantanove giorni, un artigiano del mobile della Brianza progetta, costruisce e consegna una sessantina di cucine su misura. Sessanta famiglie che cucinano, apparecchiano, vivono. L’artigiano non ha mai avuto bisogno di precisare quanti giorni gli sono serviti, perché il risultato è lì, in noce nazionale o laccato bianco, a parlare da solo.
In ottocentocinquantanove giorni, un camionista percorre circa trecentocinquantamila chilometri, l’equivalente di quasi nove giri della Terra. Consegna merci, collega economie, tiene in piedi catene logistiche. Lo fa senza partecipare a forum in Qatar al fianco di rappresentanti di Hamas e del ministro degli Esteri iraniano, il che gli consente di mantenere una certa linearità nella propria reputazione professionale.
In ottocentocinquantanove giorni, infine, un insegnante di scuola media svolge circa millesettecento ore di lezione, correggendo nel frattempo qualcosa come quindicimila compiti in classe. Forma cittadini, trasmette sapere, sopporta consigli di classe. Lo stipendio è modesto, la gratificazione differita, la visibilità internazionale pari a zero. Ma quei ragazzi, vent’anni dopo, si ricordano del professore. Non è detto che fra vent’anni qualcuno si ricordi dei rapporti della Relatrice speciale.
Il punto, si intende, non è che indagare sulle violazioni dei diritti umani sia un’attività futile. Il punto è che rivendicare 859 giorni di lavoro come una sorta di scudo morale contro qualunque critica tradisce una concezione del proprio ruolo che ha poco a che fare con il servizio e molto con l’autoreferenzialità. Il contadino non ti dice da quanti giorni ara: ti mostra il raccolto. Il chirurgo non conta le ore: conta i pazienti dimessi. Ottocentocinquantanove giorni sono due anni, quattro mesi e qualche spicciolo. In quel tempo, a Gaza, sono accadute cose su cui il dibattito è aspro e le responsabilità molteplici. Francesca Albanese ha scelto, in quel dibattito, una posizione talmente netta da meritarsi le sanzioni americane, le richieste di dimissioni di Francia, Germania, Italia e Austria, il distacco pubblico del Segretario generale dell’ONU e l’allontanamento dalla Georgetown University. Un curriculum di isolamento che, in qualunque altro mestiere, indurrebbe a una riflessione. Ma nella peculiare bolla della burocrazia onusiana, dove il numero dei giorni spesi vale più del risultato ottenuto, tutto questo diventa un vanto.
