Era il settembre 2016 quando l’allora ministro Carlo Calenda lanciava il Piano Industria 4.0. Un piano da 13 miliardi di euro per il 2017, con l’obiettivo di mobilitare investimenti privati per ulteriori 10 miliardi. Dopo un anno i risultati parlavano chiaro: investimenti cresciuti dell’11%, “una percentuale cinese, molto superiore a quella tedesca”.
Il Veneto ha risposto con caratteristiche peculiari. Oggi il 75% delle imprese del Triveneto ha adottato tecnologie digitali 4.0, con buoni livelli anche tra le aziende più piccole, dove oltre il 60% utilizza almeno una tecnologia. La robotica è presente nel 47% delle aziende, l’analisi dati nel 44%, il cloud nel 28%. Ma i numeri nascondono una realtà complessa.
Già nel 2019 Confindustria Veneto segnalava che, nonostante gli ingenti investimenti in macchinari, persisteva una scarsa alfabetizzazione digitale: solo il 17% di imprese realmente innovatrici contro il 46% ancora analogiche. La Regione ha sostenuto la transizione con bandi per distretti industriali e reti innovative.
I risultati sono differenziati. Il 65% delle imprese ha ottenuto benefici nell’automazione, il 60% nel controllo processi, oltre metà ha aumentato la velocità produttiva. Il 66% dichiara riduzioni nei consumi energetici. Tuttavia, la transizione verso il 5.0, che unisce digitalizzazione e sostenibilità, procede lentamente. Solo il 14,3% delle imprese è avviato verso la Transizione 5.0, mentre oltre metà è in ritardo su entrambi i fronti. Il bilancio è di trasformazione incompiuta. Le PMI venete hanno rinnovato il parco macchine, ma faticano nel salto culturale verso la vera digitalizzazione dei processi. La sfida non è più negli incentivi, ma nella costruzione di competenze e visione strategica. Il rischio: fabbriche con macchine 4.0 ma mentalità 2.0.
