Industrial Accelerator Act, meno emissioni e più autonomia per il mercato unico Ue

La bozza finale dell’Industrial Accelerator Act presentata dalla Commissione europea segna un passaggio cruciale nella politica industriale dell’Unione. Attesa per la presentazione formale il 4 marzo, prima dell’avvio dei negoziati con Parlamento europeo e Consiglio nell’ambito della procedura legislativa ordinaria, la proposta non è soltanto un dossier tecnico sulla decarbonizzazione. È un disegno di autonomia strategica in un’epoca di competizione geopolitica.

Il significato politico dell’atto emerge con chiarezza dalla definizione dei “settori strategici”. Accanto alle industrie energivore – acciaio, chimica, cemento, plastica e automotive – e alle tecnologie net-zero già disciplinate dal Net-Zero Industry Act, compare una terza categoria: i settori critici per la sicurezza economica dell’Unione. L’elenco è esplicito: intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, semiconduttori avanzati, connettività di nuova generazione. Alla base della proposta vi è la consapevolezza che il problema europeo è strutturale. Procedure autorizzative lunghe e frammentate hanno ritardato per anni investimenti industriali decisivi. L’atto interviene semplificando e accelerando i processi, introducendo sportelli unici e digitalizzazione per i progetti manifatturieri e di decarbonizzazione. La rapidità amministrativa diventa così una leva di competitività. Per investimenti ad alta intensità di capitale – dagli impianti siderurgici alle gigafactory fino alle fabbriche di semiconduttori – il tempo può determinare la scelta tra Europa e altri continenti.

Il testo utilizza inoltre la domanda pubblica come strumento strategico. Gli appalti e i regimi di sostegno dovranno privilegiare materiali e prodotti a basse emissioni e di origine europea. L’acciaio impiegato in determinati progetti finanziati con fondi pubblici dovrà includere una quota minima di produzione low-carbon. Alluminio e alcune categorie di plastica saranno soggetti a requisiti combinati di contenuto a basse emissioni e origine UE. I veicoli a zero emissioni acquistati con risorse pubbliche dovranno essere assemblati nell’Unione e rispettare stringenti soglie di contenuto europeo per batterie, powertrain elettrici e sistemi elettronici principali. Non si tratta di sussidi diretti, ma della creazione di condizioni di domanda prevedibili, in grado di rendere sostenibili gli investimenti industriali in Europa. Un ulteriore tassello è rappresentato dalle aree di accelerazione industriale. Gli Stati membri dovranno individuare zone dedicate in cui concentrare attività strategiche, anticipare le esigenze infrastrutturali e semplificare le autorizzazioni. L’approccio è territoriale: non bastano singoli progetti, servono ecosistemi capaci di competere con le strategie industriali sostenute dallo Stato in altre parti del mondo.

Particolarmente significativo è l’intervento sugli investimenti esteri. Per determinate operazioni di grandi dimensioni nei settori strategici, la bozza finale introduce condizioni di “valore aggiunto”: possibili joint venture, quote di forza lavoro europea, approvvigionamento locale di input, impegni in ricerca e sviluppo sul territorio dell’Unione. L’obiettivo non è chiudere il mercato europeo, ma assicurare che l’accesso al Mercato unico rafforzi la capacità produttiva interna invece di accentuare dipendenze esterne. Per le industrie energivore, il provvedimento offre un percorso più chiaro verso la decarbonizzazione, garantendo una domanda stabile per i prodotti verdi. Per la filiera automotive, rappresenta uno strumento di rilocalizzazione produttiva. Per la manifattura net-zero, rafforza le misure già esistenti con segnali di mercato più forti e procedure più rapide.

Nel caso di intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e connettività avanzata, l’impatto è soprattutto strutturale: questi settori acquisiscono uno status strategico formale e potranno essere soggetti a condizioni più stringenti sugli investimenti, anche in assenza di quote specifiche negli appalti pubblici. Si costruisce così, in anticipo, l’architettura di governance della sovranità tecnologica. Quando il testo approderà al confronto tra Parlamento e Consiglio, la questione centrale non sarà se l’Europa abbia bisogno di una politica industriale, ma fino a che punto sia disposta a riorientare le proprie regole di mercato per proteggere capacità produttive considerate strategiche.