C’è un dettaglio che sfugge sempre quando si parla dell’ex procuratore di Catanzaro: il tempo. Non il tempo della giustizia – quella lenta, che dovrebbe evitare gli errori – ma il tempo delle fake news, che nel caso di Nicola Gratteri viaggiano più veloci delle smentite. La doppietta andata in onda su La7 nel giro di 24 ore – due interviste mai esistite attribuite a Falcone e Borsellino, due bufale platealmente smentite dalla stessa emittente – basterebbe da sola per dichiarare lo stato di emergenza informativa. Invece no: ogni volta si riparte da zero, come se nulla fosse, come se la verità fosse un’opzione. Il punto non è più stabilire se Gratteri diffonda fake news. Il punto è quanto velocemente vengono smentite. E quanto velocemente i suoi sostenitori fingono di non vedere. Perché qui non siamo di fronte a dispute filosofiche sui massimi sistemi. Qui ci sono numeri, e i numeri – a differenza delle arringhe televisive – non possono essere truccati.

Dal 2018 al 2024 lo Stato ha pagato 220 milioni di euro per ingiuste detenzioni. Di questi, 78 milioni – oltre un terzo – arrivano dal distretto della Corte d’Appello di Catanzaro, cioè dal regno del “metodo Gratteri”. Non è un’opinione. Non è un complotto di giornalisti, avvocati e Camere Penali. È matematica. E la matematica fa male, soprattutto quando racconta questo:

  • 1.121 arresti nelle operazioni coordinate da Gratteri tra il 2017 e il 2023
  • 670 assoluzioni già al primo grado
  • 37,4% di innocenti arrestati

La media nazionale è del 10%. Catanzaro fa quattro volte peggio. Non si discute. Non si interpreta. Non si chiacchiera: si legge. E si scopre che il distretto calabrese, negli anni del gratterismo militante, è diventato una specie di buco nero finanziario che inghiotte libertà, imprese, famiglie e – incidentalmente – milioni di euro pubblici. E quando diciamo che i numeri sono vivi, dinamici, in evoluzione, intendiamo esattamente questo: continuano a crescere gli assolti e continuano a emergere i pasticci giudiziari del “brand Gratteri”. L’ultimo esempio è di qualche ora fa: la Cassazione che smonta un altro pezzo del maxi-processo “Rinascita Scott”, il processo che doveva essere la “Norimberga della ’ndrangheta” e che invece si sta sgretolando come un castello di sabbia bagnata. Assoluzioni ulteriori, rinvii per rideterminare pene, crolli strutturali: un mosaico che ormai ha perso l’immagine originaria. Alla fine – ricordate queste parole – “Rinascita Scott” si chiuderà con poche decine di condanne residue, perché il resto è già saltato per aria per mano dello stesso metodo che prometteva rigore assoluto. Eppure la fake news sopravvive: talk show, tribune televisive, opinionisti embedded continuano a raccontare “il processo del secolo”. Ma i numeri dicono altro.

La contraddizione esplode oggi con una forza ancora maggiore, ora che Gratteri è diventato il vessillifero ufficiale della corporazione della magistratura, scelto dall’ANM, quell’associazione che lui stesso ha più volte disprezzato accusandola di non averlo difeso. La scena è paradossale: il magistrato che dice “non valete nulla” e la stessa associazione che poi gli affida il compito di difendere la casta. Fake news da un lato, numeri dall’altro: emerge il ritratto di un testimonial di cartapesta, costruito su una narrazione che ignora la realtà. Una narrazione che funziona perché si alimenta di percezione, non di fatti. Come la temperatura: esiste quella reale – fatta di numeri – e quella percepita, che varia con l’umore. Ecco, la narrazione giudiziaria di Gratteri è come la temperatura percepita.

Di fronte a questi numeri, qualunque magistrato dotato di buon senso si fermerebbe a riflettere, a chiedersi cosa non ha funzionato. Gratteri no. Per lui la colpa è sempre degli altri: dei giornalisti “denigratori”, degli avvocati “mentitori”, delle Camere Penali “ideologiche”. Poi però succede che La7 – che certo non è un covo di giustizialisti pentiti – debba pubblicare un comunicato per smentire la fake news letta in diretta dal procuratore simbolo della lotta alla ’ndrangheta. Succede che un’altra fake news su Borsellino venga demolita dalla redazione del Dubbio. Succede che i numeri sulle ingiuste detenzioni vengano confermati da atti parlamentari, da statistiche ministeriali, da analisi giornalistiche di firme come Antonucci, Polito, Mieli.

E allora la domanda non è più: “Perché tutti contestano Gratteri?”. La domanda vera è: “Perché solo Gratteri continua a negare la realtà?”. La scena è questa: il procuratore più mediatico d’Italia guida la campagna per il “No” alla separazione delle carriere, ma lo fa brandendo dati falsi, interviste mai esistite, ricostruzioni sbagliate. E quando gli si ricordano le 670 assoluzioni, i 78 milioni bruciati in indennizzi, le vite distrutte, risponde che sono “attacchi politici”. Ma la verità è semplice: se un sistema produce un tasso di innocenti arrestati quadruplo rispetto al resto d’Italia, quel sistema è malato. Non lo dicono gli avvocati. Non lo dicono i giornalisti. Lo dicono i numeri. E i numeri non votano, non complottano, non fanno carriera.

La vicenda Gratteri – dalle fake news in tv ai record di ingiuste detenzioni – dimostra solo una cosa: in Italia serve una separazione netta tra chi accusa e chi giudica. Si tratta di proteggere la giustizia non dai cittadini, ma dai protagonismi, dagli eccessi, dalle derive corporative che trasformano il potere giudiziario in potere politico. E se oggi il principale testimonial del “No” viene smentito da La7, dal Ministero della Giustizia, dalle statistiche ufficiali e dalle sentenze, allora paradossalmente diventa il miglior argomento a favore del “Sì”. Perché se il metodo che ha prodotto centinaia di innocenti arrestati diventa un modello da difendere, allora è il sistema a dover essere difeso dai suoi stessi sacerdoti.

Quando la giustizia sbaglia, non sbaglia un teorema: sbaglia una vita. E quando sbaglia così tanto, per così tanto tempo, con così tanta ostinazione, non è più un errore: è un metodo. Ed è proprio questo metodo – fatto di numeri negati, di fake news spacciate per verità, di un distretto giudiziario ridotto a terreno di esperimenti falliti – che rende oggi indispensabile la separazione delle carriere. Perché la giustizia non può permettersi altri 670 innocenti da contare. E gli italiani non possono permettersi altri 78 milioni per coprirne gli effetti.

Pasquale Motta

Autore