Intercettazioni, ai Pm basta chiedere e i giudici concedono. Il Sì al Referendum spezzerà il sistema di auto-protezione

Ci sono numeri che parlano da soli. Ce li ha offerti il ministro della Giustizia, rispondendo a un’interrogazione parlamentare formulata dall’onorevole Enrico Costa. Nel 2024, il 94% delle richieste di intercettazione avanzate dal Pubblico ministero è stato accolto. Il numero, già così impietoso, sale al 99% quando si tratta di richieste di proroga delle stesse intercettazioni. Il comune lettore potrebbe pensare che sia, dunque, molto facile secondo la legge ottenere un’autorizzazione per intercettare.

Basta chiedere. Ed invece, almeno in teoria, è esattamente il contrario. In una democrazia liberale, quale noi aspireremmo ad essere, le regole della convivenza civile si basano sulla tutela delle libertà del cittadino e tra di esse vi è anche la libertà di comunicare senza essere ascoltati. Non a caso, l’articolo 15 della Costituzione definisce la “libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione” come “inviolabili”. Aggettivo che i Padri costituenti hanno riservato solo alle comunicazioni, alla libertà personale, al domicilio e al diritto di difesa, che è tale (“inviolabile”) perché è quello che garantisce il rispetto di tutti gli altri.

Viene, dunque, da chiedersi come sia possibile che la legge consenta di intercettare così facilmente? Ed infatti, almeno in teoria, la legge rende estremamente difficile infrangere il diritto alla riservatezza delle comunicazioni. Si può intercettare quando esistono “gravi indizi di reato”, e dunque un quadro significativo, serio e stringente di elementi che facciano ritenere che sia stato commesso un delitto e soprattutto solo quando “l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione dell’indagine”. Il che, tradotto in parole semplici, vuol dire: o si intercetta o l’indagine non può andare avanti. La proroga delle intercettazioni già autorizzate richiede il permanere dei medesimi rigorosi presupposti.

Percentuali così schiaccianti di accoglimento delle richieste di intercettazione squarciano il velo su un sistema nel quale il rigoroso controllo che il Giudice dovrebbe effettuare sull’operato del Pm si traduce, nella realtà, in un burocratico e passivo atto notarile. Il Giudice, che in fase di indagine dovrebbe rappresentare limite al potere investigativo, la garanzia della legalità, abdica alla sua funzione e segue, senza disturbarlo, l’investigatore. In Italia, Giudici e Pm condividono ancora lo stesso “condominio istituzionale”: stessi percorsi, stessa formazione, stesso organo di governo autonomo. Una condizione che nessuna democrazia evoluta contempla. L’accusa deve cercare fonti di prova, costruire ipotesi investigative, contestare reati.

Il Giudice deve verificare, dubitare, garantire, impedire abusi e violazioni dei diritti. Due mestieri diversi, due culture profondamente diverse e distanti. Ma quando due funzioni così lontane crescono nella stessa casa e ne condividono idealmente ogni ambiente, è inevitabile che il Giudice finisca per adottare la prospettiva dell’accusatore, che lo sorregga e ne sposi gli scopi. I numeri ci dicono che siamo 35 anni in ritardo rispetto alla necessità di separare le carriere, riforma che avrebbe dovuto essere attuata contemporaneamente all’entrata in vigore del codice accusatorio, per il quale il Pubblico ministero è parte e il Giudice è necessariamente “terzo”, e dunque distante sia da chi accusa che da chi difende.

C’è un altro numero poi, che riguarda le valutazioni di professionalità e rende la riforma non più rinviabile. Oggi il 99% dei magistrati viene promosso. Non è un miracolo di virtù collettiva. Più semplicemente, chi giudica è eletto dagli stessi che devono essere giudicati. Le correnti determinano le candidature e proteggono il proprio elettorato. Il risultato è un sistema che non valuta, non corregge, non assume responsabilità. La riforma introduce due Consigli superiori separati e il sorteggio per la scelta dei componenti. Il non è un voto contro i magistrati. È un voto a favore dei cittadini. È la richiesta di una giustizia che non si auto-protegga, ma si auto-corregga. Una giustizia con controlli veri, responsabilità vere e ruoli finalmente distinti.