Palazzo Madama, sala Nassirya. «Non lasciate il popolo iraniano da solo. Va spezzato l’isolamento informativo e fermato il massacro». L’appello arriva dalle dissidenti iraniane nel cuore delle istituzioni e ha il tono dell’urgenza. Davanti a quattro esponenti dell’opposizione iraniana il senatore dem Filippo Sensi ha riunito quelli dell’opposizione di casa nostra in un abbraccio corale.
Alla conferenza hanno partecipato esponenti di diversi schieramenti: lo stesso Filippo Sensi e Susanna Camusso per il Partito democratico, Riccardo Magi, segretario di PiùEuropa, Gisella Naturale, Tino Magni di Avs, Ivan Scalfarotto di Italia Viva e Marco Lombardo di Azione. Presenze trasversali, a testimoniare che sul dossier iraniano le linee di divisione interne alla politica italiana appaiono sempre più difficili da giustificare. Camusso ha richiamato un principio di fondo: «Nessuno può dare ricette a un popolo. È la loro libertà che deve essere autodeterminata». Ma, proprio per questo, l’Occidente non può voltarsi dall’altra parte. Sulla stessa linea Riccardo Magi, che ha parlato di «massacro di proporzioni indicibili»: «La prima necessità era far sapere quello che sta accadendo, perché ci sia una mobilitazione capace di spingere le istituzioni europee ad agire. La prima cosa da offrire è la verità».
Ancora più esplicito l’intervento di Andrea Marcucci, presidente del Partito liberaldemocratico. «La dimensione drammatica degli eventi di Teheran e delle altre città iraniane è tale da non consentire più esitazioni. Non basta essere solidali: sono 47 anni di tirannide e violenza quotidiana. Oggi un regime indebolito risponde non con il dialogo, ma con altro sangue». Per Marcucci, la comunità internazionale «non può più tollerare migliaia di morti ogni giorno» e deve passare a un’azione diretta «a favore della libertà e della democrazia in Iran». A chiudere l’incontro è stato Marco Lombardo, con un invito che suona come una sfida alla politica italiana: mettere da parte simboli e bandiere di partito e scendere in piazza insieme. L’appuntamento unitario è per sabato mattina a Roma. «Il Parlamento – ha detto Lombardo– oggi vuole essere il megafono delle proteste degli iraniani: da qui dobbiamo dire che la Repubblica islamica va semplicemente disconosciuta e i Guardiani della rivoluzione vanno considerati per quello che sono: terroristi da mettere al bando».
Più sfumata la posizione di Magi: «Chiudere la sede diplomatica a Teheran sarebbe un errore, meglio avere la possibilità di avere occhi e orecchie e magari di aiutare anche chi cercasse rifugio nella nostra ambasciata». Fassino, seduto in prima fila, annuisce con convinzione.
Ma gli occhi sono tutti sui Cinque Stelle, astenuti in commissione. Carlo Calenda utilizza l’ironia per dire che il Movimento 5 stelle è «sempre dalla parte giusta della storia. Avanti così con Maduro, Putin e Ayatollah vari». Respinge le accuse il capogruppo in Senato, Stefano Patuanelli. «È una caricatura utile solo a evitare il confronto nel merito. La nostra linea? Mai con i regimi, mai con le guerre illegali, sempre con i popoli e con il diritto internazionale». Tanto che i 5 stelle saranno in piazza del Campidoglio, venerdì alle 16, assieme a Pd, Avs, Italia viva e +Europa alla manifestazione di Amnesty e Donna Vita Libertà. Divisi anche nelle piazze: un pessimo segnale quando servirebbe unità.
