Iran, l’incanto di Khamenei si sta spezzando. A tenere uniti i Pasdaran è solo la paura

FILE - In this photo obtained by The Associated Press, Iranians attend an anti-government protest in Tehran, Iran, Friday, Jan. 9, 2026. (UGC via AP, file) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

L’Iran è sull’orlo di una controrivoluzione, iniziata dopo il disastroso crollo della moneta nazionale, precipitata in caduta libera e con uno Stato sull’orlo del fallimento, con le casse vuote. Di fatto, si tratta di uno Stato fallito. Ha 92 milioni di abitanti – la popolazione più numerosa al mondo rimasta isolata per decenni dal sistema finanziario globale – un’inflazione spaventosa a oltre il 50%, soffre di una corruzione endemica, di una cattiva gestione delle risorse e della fuga di cervelli. I giovani iraniani devono fare i conti con gli altissimi tassi di disoccupazione e le generazioni più anziane hanno scoperto che i loro fondi pensione sono in gran parte insolventi. Le rinnovate sanzioni globali e il calo del prezzo del petrolio – sceso del 20% nell’ultimo anno – hanno costretto Teheran a vendere il suo greggio alla Cina a prezzi stracciati.

Una seconda causa di un sempre più concreto crollo dello Stato è l’alienazione dell’élite. Ciò che era iniziato nel 1979 come un’ampia coalizione ideologica si è ridotto subito a un partito monocratico: quello di Ali Khamenei. Quasi tutti i leader di allora sono stati fatti o messi da parte. Gli ex presidenti sono stati messi a tacere ed emarginati. Il regime è stato svuotato della sua stessa classe dirigente. L’effetto è stato quello di alienare i professionisti e i tecnocrati che un tempo fornivano allo Stato la sua spina dorsale amministrativa. Sostituita da adulatori e soffocata dall’interferenza del clero nella vita quotidiana, questa classe ha perso da tempo la fiducia dell’intera popolazione iraniana, che vede la sua ricchezza erosa dall’inflazione e dallo sperpero delle risorse finanziare dirottate per alimentare le ramificazioni della Repubblica islamica in tutto il Medioriente.

Proprio come l’Unione sovietica degli anni ‘80, la Repubblica Islamica ha perso gran parte delle sue convinzioni. Solo una piccola percentuale dei suoi membri è ancora convinta della bontà della rivoluzione khomeinista; la maggioranza è motivata da ricchezza e privilegi. Un professore di scienze politiche di Teheran ha chiarito la questione: “All’inizio della rivoluzione, il regime era composto per l’80% da ideologi e per il 20% da ciarlatani. Oggi è esattamente il contrario”. Tra la popolazione, i mercanti dei bazar svolsero un ruolo fondamentale nella rivoluzione del 1979, fungendo per anni da nucleo elettorale e base economica per la Repubblica Islamica. Ma negli ultimi decenni, il regime ha trasformato il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica in un complesso militare-industriale da cui scaturiscono reti di ricchezza e potere. Corpo che ha compiuto massacri contro la propria popolazione e in Medioriente ed oltre con stragi e attentati, ma che l’Unione europea si è sempre rifiutata di catalogare come organizzazione terroristica come invece avevano fatto gli Usa.

Ciò che sembra ancora unito nel paese è rappresentato dalle forze di sicurezza. La loro solidità ha finora impedito il crollo della Repubblica islamica. Nessun alto comandante dei guardiani della rivoluzione ha ancora disertato o espresso anche solo una lieve critica pubblica all’ayatollah, nonostante anni di proteste a livello nazionale e l’assassinio mirato da parte di Israele di quasi due dozzine di alti funzionari tra i suoi ranghi. Non deve meravigliare ciò, perché per molti di questi comandanti, perdere il potere significherebbe perdere ricchezza e anche la vita. Saranno sicuramente gli ultimi leader a rivoltarsi contro il regime. La Repubblica islamica pretende di governare da un piedistallo morale. I Pasdaran sovrintendono alla brutale applicazione dell’obbligo del velo per le donne, ma le loro figlie e amanti sono state viste all’estero senza hijab. I figli di migliaia di alti funzionari pubblicizzano la loro vita nelle città occidentali su Instagram e LinkedIn. I manifestanti in queste ore nelle piazze iraniane stanno gridando: “I loro figli sono in Canada! I nostri figli sono in prigione!”

Il movimento di opposizione ha dimostrato di saper sprigionare grandissima energia, ma per avere successo hanno capito che è necessario stringere legami anche con tutte le élite scontente. Alcuni di questi tecnocrati e membri marginalizzati si sentono alienati, ma hanno troppa paura di agire a causa di ciò che potrebbe attenderli il giorno dopo. Buona parte degli insorti contro la Repubblica islamica invoca il principe Reza Pahlavi perché ritiene che rappresenti l’unica via d’uscita credibile e sicura per convincere le élite scontente che la Repubblica islamica non è più il loro scudo, ma rischia di diventare il loro sudario.

Avendo trascorso quasi mezzo secolo all’estero, Pahlavi non ha ancora organizzato la forza sul campo necessaria per prevalere in una simile lotta. Si trova anche ad affrontare una domanda più profonda: che tipo di ordine aspirano a instaurare i monarchici iraniani? Pahlavi ha costantemente affermato che il suo obiettivo è aiutare l’Iran nella transizione verso la democrazia e, forse, di fungere da monarca costituzionale se eletto dal popolo. Eppure, molti dei suoi più accaniti sostenitori si esprimono apertamente a favore del ripristino di un’autocrazia assoluta. Questa tensione ha inibito la sua capacità di rivoltare le élite scontente contro il regime.