Quest’anno, alla 62ª Conferenza sulla sicurezza di Monaco è presente anche il principe Reza Pahlavi. Il vento è cambiato e la comunità internazionale dimostra di riconoscere nel figlio del deposto scià una delle leadership possibili nel farsi garante di una transizione democratica per un post ayatollah in Iran. Il principe ha invitato il popolo iraniano a riprendere le proteste a partire dalla notte del 15 febbraio e lanciato un appello a gridare dalle proprie abitazioni e dai tetti degli edifici, per otto notti, slogan anti regime.
Intanto l’amministrazione Trump ha inviato in Iran, clandestinamente, circa 7.000 satelliti Starlink in Iran per rompere l’isolamento della popolazione che persiste da oltre un mese con l’oscuramento della Rete Internet da parte del governo iraniano. L’amministrazione americana avrebbe deciso di utilizzare i fondi destinati ad altre iniziative per la libertà di internet per l’acquisto delle preziose antenne. Sembra che l’invio sia stato ordinato personalmente da Trump. Intanto, alla già dispiegata portaerei Abraham Lincoln con il suo gruppo d’attacco, che comprende caccia, missili Tomahawk e diverse unità navali, si aggiungerà una seconda portaerei, la Gerald R. Ford, la più grande del mondo che ha ricevuto l’ordine di salpare dal Mar dei Caraibi verso il Medio Oriente. Saranno così due i gruppi navali d’attacco davanti alle coste dell’Iran.
Nella regione, come in Giordania, sono state dispiegate nuove batterie antimissile THAAD per rafforzare le difese israeliane. Immagini satellitari mostrano che alcuni dei sistemi Usa già presenti nell’area sono stati riposizionati per intercettare potenziali missili che dovessero giungere dall’Iran in caso di rappresaglia. Il Pentagono ha deciso di potenziare la pressione navale nel Golfo Persico per fornire maggiori garanzie di sicurezza ai paesi dell’area che ufficialmente mostrano una contrarierà all’intervento americano, anche se in realtà di mera facciata. Non è chiaro se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia ottenuto le garanzie di sicurezza che ha chiesto al presidente Donald Trump nell’incontro di due ore e mezza tenutosi mercoledì nello Studio Ovale. Sul suo account Truth il presidente Usa ha ribadito la sua preferenza per la via diplomatica, ma che l’opzione di un intervento militare americano rimaneva sul tavolo e ai giornalisti ha detto che “se la diplomazia fallirà, ciò sarà molto traumatico” per l’Iran.
Israele teme che l’ambizione di Trump di ottenere a ogni costo una vittoria diplomatica con la firma di un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano possa portarlo a trascurare minacce concrete e più urgenti, in particolare quelle rappresentate dall’arsenale missilistico iraniano, nonché a concedere un alleggerimento delle sanzioni che potrebbe consentire al regime di rafforzarsi e tornare a finanziare le ramificazioni di Teheran in Medio Oriente. Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, in una sua ultima intervista, ha sostenuto che gli Stati Uniti sembrano disposti a tollerare l’arricchimento nucleare iraniano entro limiti chiaramente definiti.
Se ciò fosse vero, rappresenterebbe un punto di svolta, dato che finora Trump aveva insistito sull’arricchimento zero e aveva dettato agli ayatollah un’agenda ampia che comprende non solo la fine del programma nucleare di Teheran, ma anche l’eliminazione dal territorio iraniano delle scorte di uranio arricchito, nonché la neutralizzazione delle capacità missilistiche, la fine del sostegno ai gruppi armati sciiti nella regione, cioè all’”asse delle resistenza”, e la fine dei massacri degli oppositori. Ma, da Teheran, il ministro degli Esteri Araghchi fa sapere che la Repubblica islamica intende discutere solo del dossier nucleare.
Dunque, il divario tra Washington e Teheran rimane enorme. Salvo un cambiamento radicale, è improbabile che l’Iran accetti i compromessi che l’amministrazione Trump auspica per la firma di un accordo. Gli iraniani non sono disposti a negoziare sui missili balistici, vogliono conservare la loro capacità di deterrenza e si rifiutano di rinunciare alla loro capacità di arricchire l’uranio.
