Spagna, Francia e Italia hanno bloccato la dichiarazione del Parlamento europeo che avrebbe definito le Guardie Rivoluzionarie iraniane un’organizzazione terroristica. Una scelta che pesa come un macigno, soprattutto alla luce dei numeri riportati dagli organismi internazionali: ventimila giovani uccisi e oltre trecentocinquantamila feriti durante le proteste pacifiche scoppiate in Iran.
Un bilancio che, per i tre governi europei, non sarebbe sufficiente per un giudizio politico netto. A denunciare questa contraddizione è Bart Groothuis, eurodeputato olandese di Renew Europe, che ha portato in aula una risoluzione dura e accurata contro il regime di Teheran. Nel documento si condanna la repressione interna, si chiede il rilascio immediato dei prigionieri politici, si definiscono le esecuzioni sistematiche come strumenti di terrore di Stato, si criticano i blackout digitali imposti dal regime e si invita l’Unione a proteggere attivisti, giornalisti e oppositori.
La risoluzione indica inoltre un pacchetto di misure concrete: elencare gli IRGC come gruppo terroristico, espellere i diplomatici coinvolti nelle operazioni di repressione transnazionale, documentare i crimini in modo sistematico, limitare l’accesso ai visti per i familiari delle élite iraniane e aprire il Parlamento europeo al dialogo con Reza Pahlavi, figura simbolica dell’opposizione. Groothuis non si limita alla denuncia morale: ricorda che l’Ue dispone degli strumenti giuridici per rispondere agli abusi del regime iraniano, dallo strumento anti-coercizione alle sanzioni mirate. Ma se l’Ue vuole contare, sostiene il deputato, deve smetterla di fuggire dalle proprie responsabilità. E invece, proprio nel momento in cui sarebbe necessario un segnale politico forte, tre Paesi fondatori dell’Europa preferiscono la prudenza. Ufficialmente per preservare canali diplomatici e margini nei negoziati sul nucleare. Sostanzialmente per non irritare Teheran.
Il risultato è una fotografia che parla da sola: mentre il Parlamento europeo tenta di qualificare i Pasdaran per ciò che sono – l’apparato militare che reprime, uccide, tortura e controlla la vita civile iraniana – alcune capitali europee scelgono il freno a mano. La questione è semplice: se i ventimila morti non bastano, cosa dovrebbe convincere Francia, Spagna e Italia a chiamare “terrorismo” ciò che è terrorismo? In un’Europa che predica diritti e poi esita a difenderli, la battaglia di Groothuis illumina l’unico punto fermo della storia di questi mesi: la libertà iraniana non può aspettare le timidezze europee.
