C’è qualcosa di inquietante nel modo in cui il progresso tecnologico, quando viene colpito nei suoi punti più fragili, costringe le società a compiere un balzo all’indietro. Non verso il passato per nostalgia o romanticismo, ma per necessità. Quando le infrastrutture più avanzate diventano vulnerabili, la modernità mostra la sua nudità e lascia spazio a soluzioni che credevamo definitivamente sepolte. È quello che sta accadendo oggi in Iran, dove l’interruzione delle comunicazioni satellitari ha riportato in vita strumenti che appartengono a un’altra epoca, ma che continuano a dimostrarsi sorprendentemente resilienti.
La tecnologia non garantisce libertà e famiglie riscoprono la radio
Una collega inglese di origine iraniana, rientrata pochi giorni fa da Teheran, mi ha raccontato un episodio che ha il sapore di una parabola. Dopo il blocco delle comunicazioni attraverso la rete satellitare Starlink, unica àncora di informazione digitale in un Paese sottoposto a forti restrizioni, ha chiesto al padre di aprire una vecchia cassapanca del nonno. Da lì è emersa una radio analogica a valvole, impolverata ma funzionante. Un oggetto che sembrava destinato al ruolo di reliquia domestica si è trasformato improvvisamente in uno strumento vitale. Non si tratta di un caso isolato: la stessa scena si starebbe ripetendo in migliaia di case iraniane, dove le famiglie riscoprono le onde corte come unica via per restare informate.
Sembra di essere tornati a Radio Londra
La ragione è semplice e, allo stesso tempo, drammaticamente attuale. Le onde corte sono più difficili da bloccare, meno controllabili, possono partire da molto lontano e essere ricevute a migliaia di chilometri. Non richiedono server, cavi sottomarini o costellazioni satellitari. Viaggiano nell’etere, rimbalzano sulla ionosfera e raggiungono territori vastissimi. In un contesto di censura e blackout informativi, questa caratteristica le rende una minaccia per il potere e una speranza per chi cerca di resistere – Così, nel 2026, ci si ritrova improvvisamente proiettati indietro nel tempo, ai giorni di Radio Londra durante le dittature europee del Novecento.
La BBC ha ripreso a trasmettere notiziari in lingua farsi con una programmazione che sembra uscita da un manuale di storia: repliche ogni mezz’ora dalle 7 alle 9 del mattino e un’ora intera di trasmissione serale dalle 22. Fasce orarie studiate per intercettare ascoltatori che si muovono nell’ombra, che ascoltano a basso volume, che sanno di rischiare semplicemente girando una manopola. Nessuno avrebbe immaginato di dover ripartire da qui. Nessuno avrebbe pensato che, in piena era digitale, con smartphone potentissimi e connessioni satellitari globali, si sarebbe tornati a una programmazione che ricalca quella dei tempi del nazifascismo. Eppure è proprio questo il paradosso del nostro tempo: più i sistemi diventano sofisticati, più aumentano i punti di controllo e di vulnerabilità. Un’interruzione mirata, una decisione politica, un atto di forza tecnologica possono spegnere in un attimo reti che sembravano indistruttibili.
La lezione sulla libertà di informazione
In un Paese vasto e complesso come l’Iran, l’etere resta una via di comunicazione fondamentale. Lo è per il regime, che lo utilizza per diffondere la propria narrazione, e lo è per chi lotta contro di esso, perché consente di aggirare i muri digitali e di raggiungere comunità lontane, isolate, invisibili alle mappe della rete. La radio non chiede identità, non lascia tracce, non ha bisogno di password. Esiste, semplicemente, finché qualcuno è disposto ad ascoltare. Questa regressione forzata non è un segno di arretratezza, ma una lezione. Ci ricorda che la libertà di informazione non è garantita dalla tecnologia in sé, ma dalla possibilità di usarla senza controllo. E ci mostra come, nei momenti di crisi, il futuro possa assomigliare al passato. Le vecchie onde corte, date per obsolete, tornano a essere un filo sottile ma tenace che collega le persone. Un filo che attraversa confini, censure e decenni di storia, dimostrando che, quando tutto il resto si spegne, la comunicazione trova sempre un modo per sopravvivere.
