«Non prevedo, nel prossimo futuro, la possibilità di uno scenario siriano in Iran – osserva lo storico Siavush Randjbar-Daemi, oggi Assistant Professor in Storia Moderna del Medio Oriente presso l’Università St Andrews in Scozia – ma si tratta certamente di una situazione critica per il regime, che non può risolvere semplicemente disperdendo la folla nelle strade».
Blackout indotto di Internet e telecomunicazioni: le guardie della Rivoluzione si muovono meglio nell’oscurità?
«Durante le proteste, ci affidiamo di solito a Telegram e al materiale prodotto dai testimoni, principalmente video ripresi dai cellulari. Da giovedì abbiamo assistito a un vero e proprio tracollo di materiale informativo proveniente dall’Iran a causa della progressiva interruzione della Rete, strumento utilizzato in questi casi dalle autorità iraniane. Esiste da anni un’infrastruttura web nazionale attraverso cui ci si può collegare solo a determinati siti ufficiali, ma stavolta anche questa funziona a intermittenza. Risulta colpita anche la telefonia. Ciò ha sicuramente un impatto significativo sulle poche e frammentarie notizie che riceviamo».
La repressione del regime si sta facendo sempre più dura?
«In realtà, si tratta di uno schema collaudato: si parte dalle minacce verbali, e, se le strade non si svuotano, si passa a una fase di repressione più cruenta, per poi passare alle giustificazioni. Abbiamo sentito il presidente Pezeshkian e il ministro degli Esteri Araghchi continuare a ripetere che i manifestanti hanno dato alle fiamme edifici e moschee».

Nelle manifestazioni attuali si invoca il nome del principe in esilio Reza Pahlavi. Potrebbe giocare un ruolo di primo piano nel futuro del Paese?
«Risulta essere un fenomeno piuttosto recente. Nel 2009, dopo la rielezione di Ahmadinejad, ebbe inizio una contestazione anti-sistema decisa ma interna al regime, mentre, nel 2022, il movimento “Donna, Vita, Libertà” si concentrò su un tema molto specifico: l’obbligo di indossare il velo e, quindi, l’emancipazione femminile. In questo caso, invece, parte dei manifestanti sta invocando il nome di Reza Pahlavi e caldeggiando una restaurazione monarchica. A mio avviso, tuttavia, in alcune zone periferiche del Paese manca questo sostegno a Pahlavi».
Non sembra neanche aver ritrattato le posizioni del padre, l’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi…
«Ne parla per sommi capi. Non si sofferma sull’impiego, da parte del padre, di una polizia segreta, la Savak, utilizzata per la repressione del dissenso, o sull’assenza di pluralismo e alternanza democratica in Iran negli anni ‘60-’70. Glissa su tali questioni, per augurarsi semplicemente la caduta del presente regime. Reza Pahlavi non ha alcuna chiara prospettiva riguardo il futuro del Paese».
Donald Trump continua a solidarizzare con i manifestanti non escludendo un possibile intervento statunitense. Pensa che potrebbe accadere?
«Mentre in Venezuela Trump è riuscito a tracciare una via negoziale con elementi del regime preesistente, in Iran questa possibilità non è contemplata, in quanto non vi sono intermediari adatti allo scopo all’interno della nomenklatura di Teheran. Gli Usa dovrebbero cercare un’altra soluzione. Per quanto concerne invece l’attuabilità di un attacco a basi e installazioni militari iraniane, verrebbe a mancare, in questo caso, il fattore sorpresa, risultato fondamentale per i raid israeliani dello scorso giugno. Inoltre, altro punto importante, bisognerà vedere se, dopo le scene agghiaccianti cui abbiamo assistito e la prova di forza del regime, la gente continuerà a riversarsi nelle strade e nelle piazze per protestare. I prossimi giorni saranno decisivi».
Vi è la possibilità concreta della fine del regime?
«Non credo sia all’orizzonte. Affinché ciò avvenga, gli apparati di sicurezza non dovrebbero più essere in grado di proteggere lo Stato o non essere più intenzionati a farlo, com’è avvenuto nel 2024 in Siria. Sicuramente il regime si trova in una posizione di debolezza, ma sembra ancora capace di ristabilire la propria autorità sul territorio nazionale. Resta da considerare lo stato di salute dell’86enne ayatollah Ali Khamenei. Fin quando sarà in grado di impartire ordini e indicare la linea, il regime manterrà una propria coesione interna che gli permetterà di affrontare le attuali crisi concentriche: ambientale, economica, politica. Le misure poste in essere per fronteggiarle sono tuttavia di corto respiro: nel lungo termine non basteranno piccoli ritocchi cosmetici, ma saranno necessarie risoluzioni più efficaci».
