L'attacco
Israele colpisce il cuore del regime iraniano: raid mirati contro i bunker dei boia
Nelle prime ore di oggi, 28 febbraio, l’operazione congiunta lanciata da Stati Uniti e Israele entra in una fase completamente nuova: per la prima volta, Tel Aviv concentra la potenza militare non solo sulle infrastrutture strategiche dell’Iran, ma sui centri nevralgici del potere repressivo della Repubblica Islamica. Obiettivi chirurgici, mirati, quelli che per anni sono stati considerati intoccabili: le residenze protette dei torturatori, dei boia, dei gerarchi incaricati di soffocare ogni forma di dissenso interno.
Fonti locali, non confermate ufficialmente, parlano di un attacco particolarmente violento al complesso fortificato dove sarebbe stato localizzato — nelle ultime settimane — il nascondiglio della Guida Suprema Ali Khamenei. Le voci si rincorrono, ma le conferme mancano. Quel che è certo è la devastazione mostrata dalle immagini satellitari: ciò che resta del bunker è un reticolo di macerie e strutture collassate. Un colpo preciso, chirurgico, che segna un punto di svolta irreversibile nella risposta israeliana all’aggressione iraniana.
Il messaggio di Israele è chiarissimo: è finita la stagione dell’impunità per gli squadroni della morte del regime. Nel mirino sono finiti comandanti dei Pasdaran, responsabili delle carceri in cui si sono consumate esecuzioni extragiudiziali, ufficiali coinvolti nella repressione delle proteste di piazza, i fucilatori che hanno sparato sui manifestanti inermi.
Intanto, da fonti di intelligence israeliane trapela la convinzione che il comandante dei Guardiani della Rivoluzione islamica, Mohammad Pakpour, sia stato eliminato. Pakpour aveva assunto l’incarico dopo la morte del suo predecessore Hussein Salami, ucciso in un raid nel giugno 2025. La sua neutralizzazione rappresenterebbe il colpo più pesante inferto alla catena di comando dei Pasdaran dall’inizio dell’operazione.
In un Paese già provato dal blackout digitale e dallo shock dei bombardamenti, cominciano tuttavia a filtrare segnali di speranza: slogan clandestini, messaggi circolati di mano in mano, un’eco crescente che parla di un “Iran libero”. Nessuna certezza sul destino dei vertici supremi del regime, ma una sensazione si fa strada: il potere iraniano sta tremando davvero.
La voce dell’opposizione democratica: Reza Pahlavi
Nel pieno dell’offensiva, Reza Pahlavi — leader dell’opposizione democratica iraniana in esilio — interviene con un messaggio video rivolto direttamente agli iraniani. Li esorta a mantenere la calma, a restare in casa e a proteggersi nelle prime ore dell’intervento, indicando come priorità assoluta la tutela dei civili. Chiede poi di farsi trovare pronti a scendere in piazza “al momento opportuno”, una fase finale della mobilitazione che comunicherà lui stesso attraverso i suoi canali.
Pahlavi assicura che continuerà a restare in contatto con il Paese anche in caso di blackout totale, ricorrendo alla radio qualora internet e televisioni satellitari dovessero essere interrotte. Parla di una vittoria vicina, della possibilità concreta che l’Iran possa tornare a essere libero e democratico, e della volontà di raggiungere Teheran non appena le condizioni lo consentiranno.
Il leader dell’opposizione si rivolge quindi direttamente alle forze armate e ai servizi di sicurezza, ricordando che il loro giuramento è verso la nazione iraniana e non verso la Repubblica Islamica. Chiede loro di unirsi al popolo per garantire una transizione stabile, avvertendo che continuare a sostenere Khamenei significherebbe affondare con un regime ormai al collasso.
Infine ringrazia il Presidente Donald Trump per l’intervento americano a sostegno del popolo iraniano, definendolo un contributo determinante nelle ore più delicate della storia recente.
Israele, oggi, sta facendo per la democrazia e per la libertà del popolo persiano più di quanto chiunque avesse immaginato soltanto poche settimane fa. I bunker dei boia vengono colpiti, le catene del terrore cominciano a incrinarsi, l’architettura del potere si sfalda davanti agli occhi del mondo.
Ma il destino dell’Iran non si decide nei comandi di un raid: si decide nella volontà del suo popolo. Adesso il regime change è davvero nelle mani degli iraniani. E una volta liberati dalle catene, non li fermerà più nessuno.
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