Le accuse
Israele di nuovo alla gogna: il reato è aver difeso dei luoghi di culto
Chi, nei giorni scorsi, avesse dato un’occhiata anche veloce ai giornali, alla stampa online e ai social, nemmeno impegnandosi avrebbe potuto sfuggire all’urto delle notizie sul caso del cardinale Pizzaballa cui Israele avrebbe arbitrariamente negato l’accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro.
L’attacco missilistico
Coperto da quell’unanime vociare sulla libertà di religione conculcata e sull’offesa arrecata alla sensibilità dei cattolici, finiva tra i dettagli trascurabili il fatto che l’accesso ai luoghi santi non fosse negato al Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ma a chiunque. Sopraffatto da quell’onda di sdegno per l’inopinata protervia dello Stato ebraico, usciva dal conto delle cose di cui occuparsi il vero motivo di quel divieto valido per tutti, e cioè che la misura era imposta nei luoghi sprovvisti di rifugi raggiungibili in tempo utile dal momento del segnale di allerta per un attacco missilistico. Una misura protettiva applicata non solo lì, in quella parte di Gerusalemme bombardata dagli iraniani giusto qualche giorno fa, ma pressoché ovunque, dalla Galilea a deserto del Negev, appunto nei siti privi di rifugi affidabili.
Le accuse
In questa situazione, gli indispettiti che in modo perfettamente uniformato, da destra e da sinistra, hanno preso a condannare l’oltraggio israeliano avrebbero potuto dedicare a cause migliori quelle loro energie accusatorie. Avrebbero potuto, per esempio, manifestare vicinanza ai rappresentanti e ai fedeli della comunità cattolica senza tirare in mezzo la libertà di culto, che ovviamente non c’entrava nulla. Avrebbero potuto manifestare esecrazione perché i luoghi santi sono presi di mira dall’Iran, e dispiacere perché occorre tenerli sgombri. Avrebbero potuto manifestare contro il regime fondamentalista che bombarda le zone civili di Gerusalemme, e magari ringraziare Israele che ne protegge gli edifici e – proprio con quelle misure restrittive – gli abitanti e i pellegrini. E invece no. Dalla presidente del Consiglio in giù, tutti – in perfetta intonatura da ogni rango di maggioranza e di opposizione – hanno partecipato alla generale reprimenda nei confronti dello Stato ebraico, il sistema violento e strafottente che se ne impipa delle sensibilità cristiane persino durante la celebrazione della Domenica delle palme.
Il pogrom comunicazionale
In una specie di pogrom comunicazionale tutti quei ministri, tutti quei parlamentari normalmente avversari su tutto, ma compattissimi in questa occasione, hanno preferito osservare un oltranzismo di cui non è stato capace neppure il diretto interessato: vale a dire quel cardinal Pizzaballa che, sia pur un po’ troppo tardi, parlava di uno spiacevole fraintendimento anziché strillare come quei solerti difensori della cristianità perseguitata da Israele. E – per restare alla noiosissima e trascurata realtà delle cose – vale la pena di aggiungere che Pizzaballa sapeva perfettamente per quale ragione le autorità israeliane gli avevano negato l’accesso al Santo Sepolcro: perché non c’erano rifugi, appunto. Un impedimento cui il cardinale opponeva il rilievo, del tutto inconsistente, secondo cui si poteva chiudere un occhio perché loro erano soltanto in due, lui e il francescano Ielpo, custode della basilica.
Come se il fatto di essere in pochi anziché in tanti rimediasse in qualsiasi modo al pericolo di un bombardamento e alla certezza di non trovare protezione. E tutto questo mentre un Paese in guerra contro chi vuole distruggerlo finisce alla sbarra dell’inquisizione per aver vilipeso, difendendoli, quei luoghi venerati.
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