Israele, il diserbante per avvelenare la terra e i corpi evaporati: nuove bufale per gettare fango sull’IDF

Negli ultimi giorni i media internazionali e locali hanno rilanciato due accuse pesanti nei confronti di Israele; ciascuna di esse viene presentata in modo tanto sensazionale da offuscare i fatti reali e le motivazioni sottostanti.

La prima accusa

La prima riguarda un’operazione dell’Idf nel Sud del Libano: secondo varie fonti libanesi, Israele avrebbe sparso dall’aria un diserbante su terreni lungo la linea di confine. Il presidente libanese ha parlato di “crimine ambientale e sanitario”, e alcune organizzazioni per i diritti umani hanno evocato perfino il reato di guerra contro le terre e la sicurezza alimentare delle comunità locali. Questo episodio ha provocato la sospensione dei pattugliamenti dell’Unifil, perché l’Idf aveva avvertito in anticipo che avrebbe irrorato una “sostanza chimica non tossica per gli umani” per consentire al personale internazionale di ripararsi. La narrazione prevalente sui social e in molte testate tende a presentare l’azione come quella di “avvelenare la terra”.

La vera motivazione sul diserbante

Questa retorica, però, trascura gli elementi essenziali. L’Idf aveva notificato l’operazione all’Onu e l’obiettivo strategico dichiarato – e comprensibile dal punto di vista militare – era eliminare la vegetazione lungo la frontiera per impedire a Hezbollah di usare coperture naturali per nascondersi, costruire depositi o dislocare assetti. Un’area boscosa o cespugliata è un vantaggio tattico per i gruppi armati, e la rimozione di questa vegetazione facilita la sorveglianza a distanza. Al di là della controversia sulla sostanza specifica (che laboratori locali hanno identificato come glifosato, un diserbante ampiamente utilizzato in agricoltura ma che ha un’immeritata nomea di sostanza dannosa), va ricordato che l’uso di defolianti a fini tattici non è un’idea nuova nelle operazioni di frontiera e non è certo indice di una volontà di “avvelenare” popolazioni civili.

La seconda accusa

La seconda accusa riguarda Gaza e un’inchiesta dell’emittente qatariota Al Jazeera pubblicata nei giorni scorsi: secondo il reportage, l’Idf avrebbe utilizzato armi termobariche – munizioni ad altissima temperatura – tali da “evaporare” 2.842 palestinesi, lasciando solo minime tracce nelle macerie. L’inchiesta sostiene che le cosiddette “bombe termiche” raggiungano temperature di oltre 3.000°C, capaci di distruggere la materia organica a livello molecolare. Anche qui, tuttavia, la narrazione dominante nei titoli dei media e sui social tende a polarizzare l’informazione. Gran parte delle accuse si appoggia su testimonianze locali, che hanno contato vittime di cui non sono stati ritrovati resti riconoscibili e li hanno definiti “evaporati”.

Le armi “termobariche”

L’uso del termine “termobariche” spesso viene esteso in modo improprio a bombe convenzionali ad alto potenziale utilizzate dall’aviazione israeliana, che producono onde d’urto intense e possono generare altissime temperature ma non operano con il meccanismo classico delle armi termobariche, cioè dispersione di carburante nell’aria prima della detonazione. Esperti di armamenti hanno sottolineato che queste esplosioni possono spiegare danni gravi, soprattutto se la deflagrazione è avvenuta in ambienti chiusi e ristretti come i tunnel, ma non equivalgono affatto all’uso di armi vietate. La precisa scelta di tradurre ogni fatto che riguarda Israele in una narrazione scioccante – come “evaporare corpi” o “avvelenare la terra” – è solo una delle molte “armi non convenzionali” usate dalla propaganda anti-israeliana.