Pierluigi Battista, giornalista liberale, già editorialista del Corriere della Sera, da sempre voce autonoma e rigorosa nel dibattito pubblico, tra i pochi in Italia capaci di tenere insieme amicizia per Israele e spirito critico verso le sue scelte.

Battista, partiamo da qui: chi oggi si scandalizza per la decisione della Knesset ha davvero titolo per farlo?
«No. Non ce l’ha. Chi non dice una parola sull’Iran, sulle esecuzioni di massa, sui massacri dei regimi islamisti, chi chiude gli occhi davanti all’autoritarismo e magari si beve pure la propaganda putiniana, non ha alcun diritto di indignarsi. Sono sepolcri imbiancati. Moralisti a comando».

E tuttavia lei, che si definisce amico di Israele, questa scelta la contesta. Perché?
«Proprio perché sono amico di Israele. Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. Difenderla significa difendere i valori dell’Occidente: diritti, pluralismo, stato di diritto. Ma proprio per questo non possiamo accettare una deriva che introduce una pena di morte su base etnica. È incompatibile con qualsiasi principio liberal-democratico. Non esistono eccezioni ai valori universali».

C’è chi dice: la pena di morte già esisteva nell’ordinamento israeliano.
«È un argomento debole. Non è questo il punto. Il punto è l’uso politico, identitario, etnico di uno strumento estremo. Se diventa una misura per colpire un gruppo specifico, allora siamo fuori dalla civiltà giuridica occidentale. E questo non è accettabile».

Secondo molti, la Corte Suprema israeliana bloccherà tutto.
«Probabile. Ma il problema non è solo l’esito. È il segnale politico. Non è un “ballon d’essai”, non banalizziamo. È una provocazione fortissima. È un tentativo di forzare lo scontro con le istituzioni, con la Corte Suprema, con l’equilibrio dei poteri».

Lei vede una frattura interna sempre più profonda in Israele?
«Sì. Ed è drammatica. Israele oggi è spaccato. Tra i coloni della Cisgiordania e il mondo urbano, liberale, di Tel Aviv c’è una distanza abissale. Sono due visioni del mondo. Non è solo una differenza politica: è una frattura identitaria».

Arriva a parlare di rischio guerra civile?
«Io temo che quella tensione possa degenerare. Non dico che sia inevitabile, ma il livello di scontro è altissimo. Quando si rompe il patto tra istituzioni, tra poteri, tra società, il rischio c’è sempre».

Alcune dichiarazioni estreme, anche nel linguaggio, hanno colpito molto.
«Sì, ed è un altro punto gravissimo. Quando si evocano soluzioni come “fare fuori tutti i palestinesi”, siamo oltre ogni limite. È un linguaggio intollerabile. Non ha nulla a che vedere con la difesa legittima in guerra. Qui si parla di esecuzioni, di giustizia sommaria. È una rottura con la coscienza democratica».

Chi critica Israele da posizioni ostili viene spesso accusato di antisemitismo. Ma lei sostiene che la critica, in questo caso, sia necessaria.
«Assolutamente. E aggiungo: è un dovere degli amici di Israele. Chi oggi prova a zittire queste critiche si comporta come chi attaccò Hannah Arendt dopo il processo Eichmann. Noi stiamo da quella parte: dalla parte di chi difende Israele anche dalle sue derive».

Quindi non tutto è giustificabile in nome della sicurezza?
«No. Non tutto. Questa è la linea rossa. Le operazioni militari, anche le più dure, rientrano nella logica della guerra. Ma la giustizia deve restare giustizia. Un conto è colpire un nemico in guerra, un conto è introdurre esecuzioni capitali su base politica o etnica».

Il tema dei prigionieri e degli scambi è centrale nel dibattito israeliano.
«Certo, ma anche qui vedo molta confusione. Israele ha già strumenti, ha già prigionieri, ha già condanne. Non si può usare questo per giustificare un salto di qualità verso la pena di morte. Sarebbe una scorciatoia pericolosa».

Se poi guardiamo al tema della comunicazione, della percezione internazionale…
«Vediamo un problema enorme. Israele non sta giocando bene la partita della rappresentazione. Non può ignorare l’opinione pubblica mondiale, né quella parte di mondo ebraico e filo-israeliano che chiede coerenza. Non può permettersi di diventare indifendibile».

Indifendibile!
«Sì. Ed è la cosa che mi preoccupa di più. Perché se Israele perde la sua identità democratica, perde anche la sua forza morale. E allora diventa più difficile difenderlo, anche per chi lo ha sempre sostenuto».

Siamo al “canto del cigno” di questa fase politica israeliana?
«Non lo so. Dipende da come evolverà il conflitto, anche con l’Iran. Ma è chiaro che siamo davanti a un punto di rottura. Il governo attuale ha imboccato una strada da cui non è facile uscire».

L’opposizione può rappresentare un’alternativa?
«Oggi è debole, divisa. Non riesce a costruire una proposta credibile. E questo rafforza le componenti più radicali del governo».

Cosa dovrebbe fare oggi chi si considera davvero amico di Israele?
«Dire la verità. Senza paura. Senza opportunismi. Senza calcoli. C’è un limite. E quel limite non può essere superato. Difendere Israele significa anche difenderlo da se stesso, quando rischia di tradire i suoi principi fondamentali».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.