C'è un partito pronto a scendere in campo con uno spartito nuovo
Italia catenaccio mentale, la Nazionale di Gravina e la politica corrono su binari paralleli: tirare a campare
Siamo un Paese che gioca costantemente in difesa, arroccato in un catenaccio mentale, sperando in un contropiede che non arriva mai. La parabola della Nazionale di Gravina e quella della politica italiana corrono su binari paralleli: un immobilismo dorato nutrito dalla retorica del “tirare a campà”. Mentre il mondo corre alla velocità della Premier League, noi restiamo ancorati a un populismo da salotto fatto di bonus elettorali, prebende e conservazione.
Il vero dramma non è la sconfitta, ma la sua accettazione burocratica. Abbiamo una classe dirigente — sportiva e politica — che ha sostituito il pathos civile con la liturgia della poltrona. Il “sistema Gravina” è la metafora perfetta del Paese: si fallisce l’obiettivo massimo (la qualificazione ai Mondiali), ma si resta al comando perché la rete degli interessi incrociati è più forte del merito.
In politica assistiamo allo stesso Gattopardismo 2.0: una polarizzazione fittizia dove gli estremi si alimentano a vicenda. Schlein e Conte recitano la parte degli antagonisti, ma sotto la maschera firmano lo stesso spartito di conservazione dello status quo, con buona pace di chi crede ancora che “tutto debba cambiare perché nulla cambi”.
Siamo scivolati dallo Stato di Diritto alla vendetta di piazza. Il fallimento dei referendum sulla giustizia ha sancito la vittoria del tifo organizzato sulla civiltà giuridica. Invece di una democrazia liberale, dove la giustizia è un servizio efficiente e una garanzia di libertà, preferiamo il giustizialismo da curva. Uno strumento utile a delegittimare l’avversario di turno, mentre il processo civile agonizza, gli investimenti fuggono e la certezza del diritto diventa un ricordo sbiadito.
Per tornare a competere non serve l’ennesimo “Uomo della Provvidenza“, serve una visione. E questa visione ha un nome e un volto: è la proposta liberaldemocratica. Non è un’utopia, ma un partito che c’è, esiste e attende solo chi ha il coraggio di scegliere la competenza al posto dell’appartenenza.
Ecco la ricetta per smettere di essere un Paese “vecchio dentro”: Basta esportare cervelli come fossero scarti di magazzino. Dobbiamo defiscalizzare il talento e liberalizzare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, abbattendo i muri delle corporazioni che proteggono le rendite di posizione.
La competizione non è un demone, ma l’unico modo per svegliare i campioni pigri. Meno sussidi a pioggia per mantenere in vita aziende decotte, più sfide aperte per premiare chi innova.
Non si vince con la tattica di ieri. Serve il coraggio del nucleare di nuova generazione per garantire autonomia e prezzi competitivi. Serve una scuola che non sia un ammortizzatore sociale, ma una fucina di talenti pronta per le sfide tecnologiche del futuro. L’Italia non è condannata al declino; è solo mal allenata da tecnici che pensano esclusivamente alla diaria. È ora di smetterla di baciare la maglia in modo ipocrita e iniziare a correre davvero. Esiste una via liberale alla modernità, un’alternativa seria al bipolarismo del fango.
Il fischio d’inizio è scoccato. C’è un partito pronto a scendere in campo con uno spartito nuovo. Resta da vedere se gli italiani preferiranno ancora guardare il declino dal divano o alzarsi e tornare a essere protagonisti. Noi siamo in campo. E giochiamo per vincere.
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