Italia-Germania, stessi interessi ma orizzonti geopolitici diversi: entrambe pagano il costo della follia green imposta dall’Ue

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere federale della Germania Friedrich Merz durante il vertice intergovernativo a Villa Doria Pamphilj, Roma, Venerdì 23 Gennaio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Premier Giorgia Meloni and Federal Chancellor of Germany Friedrich Merz during the intergovernmental summit at Villa Doria Pamphilj, Rome, Friday, January 23, 2026 (Photo by Roberto Monaldo /LaPresse)

Definire il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni “spettatrice” in politica estera come ha fatto Chiara Appendino alla Camera dei Deputati, significa sacrificare in nome della polemica politica quel minimo di obiettività che dovrebbe essere mantenuta soprattutto quando si affrontano temi che implicano il posizionamento internazionale del nostro paese. Si può essere ardenti sostenitori della Premier oppure suoi oppositori intransigenti, ma non si può negare che la sua azione di governo abbia restituito un ruolo centrale all’Italia sullo scacchiere internazionale, dal quale era assente almeno dal 2011. Perché non bisogna confondere il protagonismo strategico con il protagonismo da rassegna stampa.

Incidere in politica estera significa assumersi dei rischi, perseguire una visione e tenere una posizione. Del resto come sosteneva già De Gasperi, la politica estera è politica interna. Negli ultimi anni l’Italia si era arenata per debolezza politica trovandosi tagliata fuori dai tavoli principali, oppure ne faceva parte ma con l’inclinazione tipicamente taciturna di chi preferisce non farsi notare, onde evitare di essere chiamato in causa. Questo ha prodotto il drammatico e pericoloso ingresso nelle nostre storiche zone d’influenza di altri attori internazionali, su tutti la Turchia.

Eppure il destino ha innescato un meccanismo che producendo l’implosione di tutti gli equilibri ci ha rimesso in partita e ci ha trovato pronti. Pronti sull’Ucraina, sul fronte Atlantico, in Africa (Piano Mattei) e dulcis in fundo in Europa, dove il duo Franco-tedesco l’ha fatta da padrone. Qui i mutamenti politici interni, le nuove forze di spinta sugli estremi e il vento conservatore hanno rimescolato le carte e ribaltato le premesse, con l’Italia elemento di stabilità nel caos generale dell’Unione. La stessa vittoria di Trump ha prodotto un asse in cui l’Italia si è trovata principale alleato degli Stati Uniti, aggiungendo al tradizionale rapporto storico quell’affinità politica che fa la differenza. E Giorgia Meloni sì è trovata ad essere interlocutore privilegiato come da anni la stampa internazionale – non certo di simpatie conservatrici – riconosce.

Questo ha posto Meloni e l’Italia nella posizione adatta per poter riequilibrare i rapporti anche in Europa e in particolare con la Germania a guida cristiano-democratica che con il Cancelliere Merz guarda ad orizzonti nuovi. Di più, Italia e Germania condividono interessi comuni su export verso gli Stati Uniti (primo e secondo paese esportatore), entrambe pagano il costo maggiore in termini economici e sociali della follia green imposta dall’Europa sull’automotive, e si trovano impegnate in un riarmo necessario in cui poter investire come si sta facendo per sfruttare le potenzialità di entrambi i paesi. Lotta all’immigrazione e nuove regole europee fanno poi da corollario ad un’alleanza utile e necessaria, mal vista ovviamente da Parigi.

L’Affaire Groenlandia ha scottato la Germania che per la prima volta si era fatta trascinare dall’impetuosità transalpina, provocando l’ira degli Stati Uniti, ma ciò che in questo caso rende l’alleanza strategica è la non sovrapponibilità degli orizzonti geopolitici. La Germania è una potenza di terra, che mira a tornare in dieci anni (100 miliardi complessivi di investimenti in difesa) ad occupare il centro dell’Europa continentale, vero e proprio muro anti russo su terra. L’Italia (anche se talvolta lo si dimentica) è una potenza a vocazione talassocratica e ha nel mare il suo campo d’azione e nel mediterraneo il suo “cortile” da fortificare militarmente e commercialmente.