Il governo Meloni ha scelto di abbassare di due punti l’aliquota del secondo scaglione, portandola dal 35 al 33 per cento sui redditi tra 28 e 50mila euro. Beneficia il quarto di contribuenti che versa l’80 per cento dell’intera Irpef nazionale. Ridurla lì, dove il carico è massimo, significa riconoscere che il peso fiscale non può reggersi sempre sulle stesse spalle.
È un intervento lineare, tecnicamente ordinato, moralmente prudente. Ma la prudenza, in economia, è virtù solo se non diventa anestesia. Perché, se è vero che il beneficio maggiore andrà a chi guadagna sopra i 50mila, è anche vero che quasi tre quarti dei contribuenti, quelli che restano entro i 28mila euro riceveranno poco per semplice logica fiscale. Infatti quasi il 40 per cento dei lavoratori italiani guadagna meno di 15mila euro lordi: contribuisce con appena l’1 per cento del gettito. È un’Italia troppo povera per pagare le tasse e, proprio per questo, invisibile al fisco e spesso anche alla politica. Qui l’equità si rovescia: lo Stato dialoga con chi contribuisce, non con chi non può.
È la trappola della povertà fiscale: non puoi ridurre l’imposta a chi già non la paga, ma se non crei un meccanismo di rimborso o di credito negativo, resti prigioniero di un’eguaglianza apparente. Da anni l’Italia sfiora questa verità e la evita: servirebbe un in-work benefit stabile, un credito rimborsabile, mensile in busta, ancorato all’ISEE e modulato per figli e costo locale della vita. Non un sussidio che separa, ma un meccanismo che integra i redditi bassi nel circuito della cittadinanza fiscale. Si può volere un fisco più leggero in alto senza rinunciare a un fisco più intelligente in basso; anzi, la credibilità del primo dipende dalla precisione del secondo. Il dibattito pubblico, però, preferisce l’indignazione all’analisi. Si grida alla “mossa per i manager”, ma la realtà è più sottile: il beneficio massimo, 408 euro l’anno, vale meno di un caffè al giorno per chi guadagna 50 mila euro. Non sposta i privilegi, e non solleva i fragili.
Ma non è solo qui che la manovra inciampa. La sua debolezza sta nel tempo, oltre che nel contenuto. Ogni riforma fiscale vive e muore nei decreti attuativi. Quest’anno sono più di cento; a marzo ne erano stati adottati meno di dieci. L’efficacia reale della manovra non dipende dall’aliquota, ma dalla velocità con cui gli uffici trasformano i commi in buste paga. Ogni mese di ritardo è un’imposta in natura che grava soprattutto su chi non può anticipare liquidità. Sulla povertà “qui e ora” i segnali sono giusti ma corti: carta dedicata a te rifinanziata per l’alimentare e canale derrate, più un capitolo sull’efficientamento di alloggi popolari e case di nuclei vulnerabili contro la povertà energetica. È soccorso sintomatico, non terapia di sistema.
C’è poi il tema delle proporzioni: i limiti alle detrazioni sopra i 75mila liberano risorse modeste e non toccano rendite e nicchie che alimentano diseguaglianze lunghe. Se davvero vogliamo una manovra amica del merito, servono tre verifiche pubbliche e periodiche: quanto aumenta il netto di chi sta sotto i 20mila, quante famiglie sottosoglia ricevono un aiuto entro sessanta giorni, di quanto si accorciano le liste d’attesa per visita e intervento. La legge di bilancio 2025 è un esercizio d’ordine, non un disegno di giustizia. Parla ai contribuenti, non ai cittadini. Dovrebbe ridurre la confusione dei numeri non enfatizzarla: serve a rivelare proporzioni: chi regge il peso e chi scivola ai margini. In questo bilancio i conti tornano, ma le proporzioni no.
