La dichiarazione di Donald Trump, che ha accusato Volodymyr Zelensky di essere il “principale ostacolo” per risolvere la guerra tra Russia e Ucraina, è risuonata a Kyiv come un nuovo campanello d’allarme. Il leader ucraino ha risposto sottolineando che il suo Paese “non è mai stato e non sarà mai un ostacolo alla pace”. Ma quella frase del presidente degli Stati Uniti ha rappresentato un ulteriore “schiaffo” per Zelensky, pressato dai bombardamenti russi, dalla spinta a est delle forze di Mosca, indebolito dalle inchieste sulla corruzione e con una popolazione stremata.
I raid russi continuano senza sosta. Migliaia di famiglie, goni giorno, rimangono senza luce e riscaldamento. A Kyiv il sindaco è stato costretto ad annunciare la chiusura delle scuole fino a febbraio per i continui blackout. La conta delle vittime tra i civili non si arresta. E nel Donetsk, la Russia avanza: lenta ma inesorabile. Un assedio che non dà tregua e con Zelensky che ha ammesso che le scorte di missili per molti sistemi di difesa aerea sono arrivati soltanto ieri.
La situazione si fa ogni giorno più complessa. E il capo dello Stato sa che per resistere ha bisogno dell’appoggio di tutto l’Occidente. Della Nato, dell’Unione europea, dei singoli Paesi membri ma soprattutto degli Stati Uniti, dove però, le scudisciate di Trump rischiano di minare la forza del presidente ucraino in sede negoziale. Per evitare di nuovo fratture tra Kyiv e Washington, una delegazione ucraina composta da Rustem Umerov, Kirill Budanov e David Arakhamia è partita alla volta degli States per tentare di finalizzare l’accordo sulle garanzie di sicurezza. E Zelensky spera che questa nuova dimostrazione di fiducia verso il negoziato possa ammorbidire le posizioni di Trump in modo che nei prossimi giorni, al Forum di Davos, si possa già finalizzare una bozza di accordo. Quantomeno sulle future rassicurazioni per la sicurezza di Kyiv.
La partita del presidente ucraino non è semplice. E i delegati americani sanno che per convincere Zelensky saranno necessarie delle formule più specifiche di quelle dei documenti circolati finora. Nel tentativo di velocizzare la trattativa, è al lavoro anche la Commissione europea che, secondo il Financial Times, starebbe pensando di modificare il meccanismo di adesione all’Unione in modo da permettere l’ingresso dell’Ucraina. L’idea, secondo le fonti del Ft, sarebbe quella di non concedere a Kyiv il diritto di voto (almeno in una prima fase) e di darle invece un graduale accesso al mercato comune e ai fondi per lo sviluppo e per l’agricoltura. E il piano, che è ancora un progetto preliminare, dovrebbe servire a convincere Zelensky ad accettare le parti più dure dell’accordo di pace, a partire dalla cessione dei territori occupati dai russi. Finora, alcune cancellerie europee si sarebbero già opposte. Ma tutto dipenderà anche dalla volontà di Putin, che, in questa fase del conflitto, non appare certo interessato a far tacere le armi.
Ieri, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che l’apertura di alcuni leader europei (quelli di Francia, Germania e Italia) al dialogo con Mosca è “un significativo passo in avanti”. Un’apertura che però non è piaciuta al Regno Unito. Il portavoce di Putin ha anche detto che al Cremlino vengono apprezzati “gli sforzi di Washington” per la soluzione diplomatica. E in questa sfida a chi avrà il credito di Trump, lo “zar” spera di avere la meglio su Zelensky, mentre attende che l’inviato Steve Witkoff e Jared Kushner tornino di nuovo a Mosca.
