È una domanda che nelle ultime settimane ricorre sempre più spesso, man mano che il tentativo di rivoluzione in Iran torna a occupare le cronache internazionali. Eppure, fuori dagli ambienti specialistici, la Basij resta meno conosciuta di altre sigle del potere iraniano, come ad esempio i Pasdaran. Un errore di prospettiva: perché se i Guardiani della Rivoluzione rappresentano il braccio militare e strategico del regime, la Basij ne costituisce il vero apparato di controllo interno, quotidiano, capillare.
La Basij, i pretoriani del potere teocratico
Formalmente la Basij è una forza paramilitare popolare, la Basij-e Mostaz’afin, “mobilitazione degli oppressi”. Nella realtà è la milizia ideologica della Repubblica Islamica, integrata organicamente nei Pasdaran e quindi inserita nella catena di comando che risponde direttamente alla Guida Suprema. In questo senso, definirla i “pretoriani” del potere teocratico non è una forzatura retorica: è la forza pensata per difendere il sistema dall’interno, quando la società si muove, quando la piazza si ribella, quando l’apparato statale ordinario non basta o quando si teme di non potersi fidare dell’esercito o delle forze di polizia ordinaria.
Il corpo più odiato
È anche per questo che la Basij è probabilmente il corpo più odiato dalla popolazione iraniana. Non è una polizia “neutrale”, non è un’istituzione amministrativa: è la repressione ideologica sotto sembianze umane. È la milizia che arresta i manifestanti, che irrompe nelle case di notte, che sorveglia quartieri e università, che collabora con l’intelligence dei Pasdaran nel soffocare il dissenso politico, culturale e religioso.
Negli ultimi anni, e in particolare nelle ondate di protesta più recenti, la Basij si è resa protagonista di pratiche che hanno scosso anche l’opinione pubblica internazionale. Tra queste, una in particolare è diventata simbolica: gli spari, con apposite cartucce a pallini, mirati agli occhi dei manifestanti. Non per uccidere, ma per mutilare. Un metodo che ha lasciato centinaia di giovani ciechi o gravemente invalidi e che rivela una logica precisa: punire, terrorizzare, dissuadere. È una violenza pensata per durare nel tempo e per fungere da esempio, impressa nei corpi, indelebilmente.
Il controllo di media e social
La Basij è anche uno strumento centrale nel controllo dell’informazione. Ai suoi membri è affidata la repressione del racconto: arresti di blogger, intimidazioni ai giornalisti locali, sorveglianza capillare dei social network, fino alla collaborazione nei blackout totali di internet. Un vero sistema di “sorveglianza diffusa”, che trasforma ogni quartiere in una possibile base operativa e ogni cittadino in un potenziale sospetto. Per comprendere la funzione storica della Basij bisogna tornare alla sua nascita, nel 1979, per volontà di Khomeini. Fin dall’inizio fu pensata come una polizia assicurativa contro ogni possibile deviazione: contro l’esercito regolare, contro le élite, contro la società stessa. Durante la guerra Iran-Iraq venne usata come serbatoio umano nelle famigerate “ondate” di assalto. Da allora è diventata parte integrante del potere economico, politico e repressivo del regime.
Ecco perché oggi, quando in Iran la piazza torna a sfidare apertamente la teocrazia, il nome che ricorre non è solo quello dei Pasdaran, ma soprattutto quello della Basij. È lei l’ultima linea di difesa del sistema. Ed è proprio questo che spiega la ferocia con cui viene impiegata.
Capire cosa rappresenta la Basij per la popolazione, significa comprendere appieno il malessere che serpeggia ormai da molto tempo nella società iraniana e spiega anche perché, finora, ogni tentativo di liberarsi dal regime è fallito.
