La Cei tifa per il No e scende in campo: è legittimo, ma lo dica con chiarezza

MONS FRANCESCO SAVINO VICE PRESIDENTE CEI

Sorvolando su alcuni funambolismi lessicali che avrebbero fatto la gioia del conte Mascetti, a mons. Savino, vescovo di Cassano allo Jonio nonché vicepresidente della Cei, nell’intervista rilasciata martedì al Corriere della Sera, è sfuggito un particolare: partecipare a un convegno di Magistratura democratica che del fronte del No è capofila, andando a parlare di Costituzione (e già questo fa riflettere) che “non è un vessillo da sventolare nella stagione referendaria, ma il patto di convivenza che ci tiene insieme quando tutto rischia di sfilacciarsi” – tradotto: non va toccata – equivale ipso facto a schierarsi per il No. La qual cosa, stante il ruolo ricoperto da mons. Savino in seno alla Cei, rappresenta un segnale ben preciso. Ora, se già è oltremodo sintomatico dello stato confusionale in cui versa il cattolicesimo italiano (non tutto, sia chiaro), il fatto che dalla Puglia al Veneto, dalla Sicilia a Roma, siano in corso iniziative a livello parrocchiale e non solo, volte a sostenere la campagna per il No, ben altro rilievo acquista evidentemente l’interessamento della Chiesa italiana ai suoi massimi livelli. Tanto più che non si sta certo parlando di una questione etica.

La domanda sorge dunque spontanea: perché tutto questo interesse della Cei nei confronti di una riforma della giustizia che, oltretutto, ha il merito – come è stato da più parti evidenziato, non ultimo il (cattolico) presidente emerito della Corte costituzionale, Antonio Baldasarre – che, introducendo la separazione delle carriere, accusa e difesa vengono messe sullo stesso piano e il giudice in una posizione di terzietà rispetto ad esse? Per tacere del fatto che la separazione delle carriere è prevista in tutti i Paesi europei, tranne Romania e Bulgaria? O c’è qualche vescovo che pensa seriamente che Germania o Francia siano Paesi in cui lo Stato di diritto latita? O che sia più giusto un sistema dove i magistrati che sbagliano restano impuntiti? Si potrebbe continuare a lungo.

Visto che, secondo il noto adagio, a pensar male si fa peccato (ciò che laicamente ci rende dei poco di buono, eufemisticamente parlando, agli occhi della nouvelle anthropologie gratteriana), ma spesso ci si azzecca, non vorremmo che dietro cotanto interessamento della Cei ci fosse un movente squisitamente politico. Legittimo, per carità. Basta chiamare le cose per nome. Non può certo sfuggire neanche al più sprovveduto degli osservatori che oltre il dato, come dire, tecnico della questione vi sia il tentativo, da parte dei promotori del No e di chi li supporta, di caricare il referendum del 22 e 23 marzo di un significato anche – se non primariamente – politico. Mettendo nel mirino il bersaglio grosso: dare una spallata al governo Meloni (vaste programme).

D’altra parte, che in questi anni tra la Cei e l’attuale governo non sia mai scoccata la scintilla è cosa nota, come dimostrano le frizioni, giusto per ricordare un paio di esempi, su premierato e Autonomia differenziata. Ci sta quindi che, al di là della retorica di rito, una parte della Chiesa italiana possa guardare con favore alla vittoria del No. Ma non sarebbe neanche questo il problema; il problema vero è la persistente miopia circa il significato stesso del fatto cristiano, da cui deriva tutto il resto. Ma questa è un’altra storia.