La Chiesa non è il brano di Mahmood né la difesa dell’abusivismo, giovani e fragili vanno coinvolti con la verità

Come sa chi mi conosce, non apprezzo alcuna forma di stereotipo, in ogni settore, ancora di più se si tratta di membri del clero o religiosi. Non mi piacciono le categorie che distinguono i sacerdoti, in generale i cattolici, in tradizionalisti, in progressisti, in rivoluzionari, etc. Se queste categorie esistono, il motivo è tutto umano, ossia il personalismo, ossia come ciascuno decide di vivere all’interno della Chiesa nel proprio stato di vita. Non voglio essere, perché non lo sono proprio, bacchettona: io stessa ho deciso di vivere la mia vocazione religiosa nel servizio ai giovani attraverso la scuola.

Questo servizio mi ha portata ad avere rapporti con la politica e le Istituzioni, ad andare in televisione, ma sempre nel solo interesse dei giovani e delle famiglie. E posso dire con certezza che ho sempre vissuto questo impegno in modo coerente, nelle modalità e nei contenuti, con la mia scelta di vita consacrata. Ora, io credo che il fine non giustifica i mezzi, mai; credo anche che il sacerdote è un uomo che ha risposto ad una chiamata al servizio dei fratelli e questo servizio ha un’origine divina: non fosse altro perché, quando celebra i sacramenti, il sacerdote è alter Christus.

Ricordare questo, a mio avviso, sarebbe più che sufficiente ad eliminare certi problemi che attanagliano la vita della Chiesa. Ora, avvicinare i giovani alla Chiesa non può essere motivo sufficiente per giustificare il fatto che come canto iniziale della Messa ci sia un brano di Mahmood, come ha deciso di fare don Vitaliano, così come non credo che per rispondere alle esigenze di giustizia sociale, assolutamente condivisibili, si debba andare a giustificare abusivismo e occupazioni di case. Io sono convinta del fatto che i problemi vadano affrontati nella verità, nella serietà, nella coerenza. Far perdere il senso della trascendenza di Dio, come si evince dal far cantare brani profani a Messa, attira veramente i giovani? Fa emergere in loro il senso della fede? Non si punta forse tutto, così facendo, all’emozione del momento, alla moda, al gesto eclatante amplificato dai social? Giustificare le occupazioni è un modo adeguato per risolvere il problema della povertà che attanaglia tanti italiani e tanti immigrati?

Le vie facili non sono mai quelle che portano alla soluzione dei problemi, perché sono sostanzialmente fondate sulla non verità, sull’emozione, sulla totale mancanza di coerenza. L’esperimento fallimentare dei preti operai degli anni ’60 e ’70 dovrebbe proprio farci capire tutto questo. Non voglio apparire né dura né poco rispettosa delle scelte di ciascuno ma non posso condividere determinate scelte o determinate esternazioni che non portano a nulla se non alla confusione, alla polemica, alla divisione.

I sacerdoti e noi religiosi dobbiamo avere la consapevolezza che il nostro compito è quello di essere profezia per gli uomini e le donne del nostro tempo e la profezia è fondata sulla verità, sulla dimensione alta del vivere che non condanna la persona ma sa mettere in guardia dagli errori che la nostra fragilità ci induce a commettere. Il bene va perseguito nel rispetto della legge, agendo dall’interno dei sistemi e non dall’esterno. Diversamente non solo il bene non è nè perseguito nè realizzato ma, peggio, si creano confusione e superficialità a tutto danno dei più fragili. E la Chiesa deve aiutarli, nella verità, non deluderli, nella confusione.