Da oltre un secolo la Corte dei Conti si presenta come il tribunale della legalità amministrativa, custode dei conti pubblici e garante delle regole. Ma negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, il suo ruolo sembra andare ben oltre la fisiologica vigilanza contabile, fino a trasformarsi in un vero e proprio potere di veto politico.
L’ultimo episodio, quello della bocciatura della delibera Cipess del 6 agosto che avrebbe dato il via operativo al Ponte sullo Stretto, ne è la prova più clamorosa. Dietro l’apparente difesa della legalità c’è una scelta che profuma di indirizzo politico, non di tutela dei conti. Fermare oggi un’opera strategica già approvata da Parlamento, Governo e organi tecnici significa impugnare il freno a mano dello sviluppo. Non è un no a un progetto, ma a un’idea di modernità. Quello italiano è però un caso unico nel panorama europeo.
Nessun altro Paese, ad eccezione del Portogallo, conosce un’istituzione che cumuli poteri consultivi, giurisdizionali e di controllo preventivo sugli atti dello Stato. In Francia, Germania, Spagna o Olanda le Corti dei conti si limitano a funzioni di revisione e responsabilità ex post. Solo in Italia la Corte può bloccare l’esecuzione di decisioni politiche già deliberate, esercitando un controllo preventivo che non ha eguali in Europa. Un’anomalia costosa: tra sedi, magistrati, consulenti e personale amministrativo il sistema Corte dei Conti costa ogni anno centinaia di milioni di euro, senza che ciò si traduca in maggiore efficienza o rapidità decisionale. È un modello concepito nell’Ottocento per uno Stato centralista, oggi anacronistico di fronte ai bisogni di un Paese che deve costruire, innovare, investire.

Non è un caso isolato, ma il riflesso di una struttura che da tempo interviene con giudizi e veti più discrezionali che tecnici. Ci sono dirigenti pubblici bocciati per “mancanza di requisiti” e altri promossi nelle stesse condizioni. Ci sono pareri che cambiano tono a seconda del vento politico. La credibilità delle istituzioni si misura nella coerenza, ma la Corte dei Conti rischia di essere ricordata per i suoi due pesi e due misure. Già alla fine degli anni Novanta si era compreso che questo modello non funzionava più. Tra il 1997 e il 1998, la Bicamerale per la riforma costituzionale presieduta da Massimo D’Alema aveva affrontato il tema con coraggio. La bozza proposta dall’onorevole Marco Boato prevedeva la soppressione della Corte dei Conti e la redistribuzione delle sue competenze: le funzioni giurisdizionali al Consiglio di Stato, quelle consultive all’Avvocatura dello Stato. Era una proposta di modernizzazione vera, che riconosceva l’incompatibilità tra controllo preventivo e responsabilità politica. Ma quella riforma si arenò, e con essa il tentativo di superare un modello istituzionale ormai superato.
Oggi, come allora, il risultato è un paradosso: un’istituzione nata per vigilare sulla spesa pubblica finisce per ostacolare gli investimenti strategici già deliberati e finanziati. Il Ponte sullo Stretto non è solo un simbolo politico ma una sfida ingegneristica e un’occasione di sviluppo per l’intero Mezzogiorno. Bloccarlo per cavilli tecnico-contabili significa voltare le spalle a ciò che il Paese chiede: efficienza, coraggio, infrastrutture, visione. Serve ora una riforma vera. La Corte dei Conti va rifondata o superata, ridefinendo le sue competenze secondo logiche costituzionali e moderne. I controlli devono restare severi, ma non paralizzanti. Il controllo di legalità non può trasformarsi nel potere di veto sulla volontà politica. In un Paese che vuole crescere, non serve un organo che si sostituisce ai governi, ma istituzioni che collaborano alla realizzazione delle scelte approvate democraticamente. Restituire equilibrio ai poteri significa evitare che la burocrazia diventi sovrana. La democrazia vive di decisioni, non di rinvii. E il futuro dell’Italia non può restare sospeso tra i faldoni della Corte dei Conti.
