La Corte Suprema boccia i dazi di Trump. Il Tycoon: “Vergognoso”, e poi alza le tariffe a tutti

Mentre il “Board of Peace” varato da Donald Trump inizia a solcare nei fatti le onde della politica internazionale e a muovere i primi faticosi passi nelle perigliose acque delle dinamiche medio orientale, le tensioni tra l’Iran e Washington crescono di ora in ora. Con il Tycoon che ha lasciato intendere come il conto alla rovescia fosse ormai agli sgoccioli e Teheran stesse giocando con il fuoco, quello dei missili Tomahawk a lungo raggio pronti ad essere lanciati dalla portaerei Lincoln e dalle altre unità navali, tra cui la temutissima Gerald Ford in arrivo.

Una nuova grana interna sembra terremotare la politica americana, e provocare qualche lesione nel cuore del mondo repubblicano. Non potrebbe essere altrimenti se a bocciare i “dazi” di Trump è una Corte Suprema a maggioranza repubblicana – questo la dice lunga sul rischio dittatura in America e sull’indipendenza dei giudici di nomina “li sì” più che politica, presidenziale – che ha lottato furentemente negli anni di Biden venendo spesso dileggiata dai repubblicani. Poi durante la conferenza stampa tenuta ieri sera dopo la decisione della Corte suprema il presidente è corso alle contromisure: «Con effetto immediato fi rmerò un ordine per imporre una tariffa globale del 10 per cento in aggiunta alle nostre normali tariffe gia’ applicate». L’amministrazione e il presidente si erano fatti forza interpretando in maniera ultra estensiva lo Ieepa, l’International Emergency Economic Powers Act, applicabile come risulta dalla stessa denominazione solo in casi di “emergenza”, elemento che i giudici hanno ritenuto non sussistesse all’atto della decisone del Presidente.

A fregare Trump è stata una legge del 1977, ma il Presidente garantisce di avere un piano di riserva. Non c’è da sorprendersi, una delle regole di Trump mutuata dal suo ex avvocato Roy Cohen del resto è quella di “non ammettere mai la sconfitta”, figurarsi poi se dopo una decisione della Corte Suprema e in piena campagna per le elezioni di medio termine. Non tutti i dazi sono finiti sotto la ghigliottina della Corte, qualcuno si è salvato, parrebbe una magra consolazione ma Trump saprà sfruttarla comunicativamente per alleggerire il peso politico della batosta. Ma la questione dazi non è solo interna, ma chiama in causa chi come l’Europa ne è stata vittima e che ora attende di capire quale saranno le decisioni di Washington.

La scelta potrebbe anche aprire controversie legali con le imprese che hanno subito il peso dei dazi e che ora potrebbero chiedere copiosi rimborsi, e secondo alcuni esperti l’eventuale contraccolpo per il bilancio a stelle e strisce potrebbe aggirarsi attorno ai 400 miliardi di dollari. Sul piano politico i dazi non potranno più far parte dell’armamentario trumpiano nel gioco di pressione nelle trattative internazionali. Il Tycoon forte della strategia comunicativa non ha perso tempo e ha già accennato ad un possibile prossimo attacco contro l’Iran. Le tensioni La morsa contro gli Ayatollah va ben oltre quella palesatasi nella guerra dei 12 giorni e sembra seguire in scala maggiore quanto avvenuto nell’assedio di Caracas.

Trump lo ha detto forte e chiaro alla prima riunione del Board of Peace, in cui Italia e Unione Europea sono membri osservatori. Il mondo è molto più “furiosus” di quello ritratto da Giulio Tremonti nell’omonimo libro, e che prendeva le mosse dalla definizione cinquecentesca dell’Europa in preda alla scoperta delle Americhe e lanciata alla conquista dei nuovi “spazi atlantici”, quelli da cui oggi gli Stati Uniti si impegnano a scacciare Russia e Cina. La gita a Caracas della Delta Force è stata la notifi ca di sfratto al duo sino-russo. Della serie ite convivium finitum est, firmato Donald Trump, che pur non approfittando della solennità manzoniana del latinorum, ha preso alla lettera il concetto romano del limes.

La piovra mutilata chiama Mosca L’Iran azzoppato guarda a Mosca, non solo per garantire asilo sicuro a Khamenei e soci – e qualche compagno di giochi ad Assad, ormai in versione nerd costantemente incollato alla Playstation – ma soprattutto nel tentativo – che appare vano – di costruire una sorta di contro board da opporre agli Stati Uniti e a Israele. Il primo punto chiaro, per quanto chiara possa essere la trama che aleggia alle spalle di un regime di pe sé morente, è quella che vede il coinvolgimento diretto di Mosca nella trattativa sul nucleare iraniano e sull’ultimatum americano. Il colloquio reso noto è quello tra il ministro degli esteri russo Lavrov e l’omologo iraniano Araghchi. Un colloquio in cui i russi avrebbero commentato e consigliato il regime su quanto avvenuto a Ginevra e sul rispetto “equo” del trattato di non proliferazione nucleare. Ma la chiamata in causa di Mosca è un chiaro segnale di debolezza con cui l’Iran tenta di ampliare lo spettro di un eventuale conflitto, sfruttando appunto l’ipotesi escalation, mentre la tenagli americana si fa più vicina. Un fine settimana tranquillo per Donald Trump che ora potrebbe seriamente attaccare senza più esitare.