Questo saggio di Stefano Davide Bettera (“La fine della società aperta – Il mondo oltre l’ordine liberale”, ed. Giubilei Regnani) è una complessa lettura del grande cambiamento in cui siamo immersi in questa fase della storia. Ma non solo. È anche, e forse soprattutto, un tentativo di dare risposte. Di enucleare un corpus culturale e ideologico di tipo nuovo: con le sue ricadute politiche ma sempre mantenendo un tono alto. È un libro utile per approfondire le tesi della filosofia politica conservatrice o in un certo senso reazionaria, non dando a questo termine alcuna accezione valoriale ma puramente letterale, nel senso della reazione (alla Burke) a una certa lettura illuministica giunta sino alla cultura woke, per usare un termine omnicomprensivo e molto di moda.

E dunque il libro di Bettera è un qualificato manifesto culturale anti-progressista. Il tempo è questo, d’altronde. Il trumpismo ha rotto il vecchio incantesimo. «La rielezione di Trump – scrive l’autore – è simbolica proprio perché i motivi per cui gli americani hanno rivotato il loro presidente sono solo in parte legati a questioni economiche o a temi quali l’immigrazione e la sicurezza. Ma, in gran parte, derivano dal timore di aver perso un’identità, un’idea di appartenenza e partecipazione al destino di una nazione. I democratici progressisti hanno perso per tante ragioni, ma anche perché identificati a ogni costo con il globalismo o con il normativismo woke. La distanza siderale tra l’élite democratica e il cittadino della strada si è rivelata incolmabile». La nuova destra tenta dunque di dare un “senso” al nuovo secolo recuperando concetti antichi in versione attuale: comunità, radici, tradizione, individuo, che per così dire sono in grado di proteggere il valore primario della libertà minacciata dalla globalizzazione e da una concezione estremista dei diritti. «La destra, dopo una lunga attraversata nel deserto, ha saputo dimostrare di essersi reinventata in un modo credibile per diventare una creatura nuova che forse non si può neanche più chiamare destra e certamente non si può identificarla con la retorica stantia, antistorica e di comodo del ritorno del fascismo. Lo ha fatto rileggendo con lucidità e anche con coraggio alcuni capisaldi del pensiero conservatore e populista in senso moderno, riportando al centro della propria visione identitaria quell’orgoglio nazionale che ha portato il tycoon americano alla vittoria».

Il testo di riferimento è la famosa “Elegia americana” di JD Vance, il quale – scrive Bettera – «è l’incarnazione tangibile di questa nuova ondata conservatrice che è un’onda di popolo, capace di parlare al popolo e coinvolgerlo su ciò che è a questo più vicino». Si tratta di un «populismo sano» che è l’anima dell'”Americanexit” avviata con la seconda presidenza Trump. Sotto i nostri occhi ancora novecenteschi è cambiato tutto rapidamente. La nuova destra – abbiamo visto – non è forse neppure definibile “destra” perché mescola anche idee classiche della sinistra: «Destra e sinistra non rappresentano più una bussola chiara, né hanno la forza di garantire un’appartenenza granitica. Il mondo nuovo è fluido e se le barricate propagandistiche servono a creare consenso elettorale, si rivelano in realtà sempre più inefficienti nel tentativo di rappresentare le istanze, gli umori e le appartenenze dei cittadini. Il malcontento gonfia le vele di chi promette attenzione e risposte di pancia ai timori più o meno fondati. Ma la democrazia soffre, la politica scompare, la partecipazione è ai minimi storici e premia solo chi rivendica e radicalizza». Si assiste perciò ad una reazione contro «la narrazione generale a senso unico dove ogni opinione non allineata è accusata di volta in volta di complottismo, fascismo, disfattismo o compiacenza verso il “mostro” di turno che vuole attentare alla democrazia».

E allora la risposta della nuova destra – d’obbligo il riferimento a Roger Scruton – sembra consistere nel cercare «le condizioni per una buona vita, avrebbero detto gli stoici. È dunque piuttosto una filosofia dell’azione, una pratica della concretezza, del mantenimento piuttosto che dello sconvolgimento, della saggia prudenza piuttosto che dell’immediatezza e dell’inevitabilità del cambiamento a ogni costo». Viene da obiettare che Trump non appare davvero come simbolo di prudenza ma che sia, all’opposto, proiettato verso quello “sconvolgimento” che l’autore paventa. Ma in ogni caso non deve sfuggire la compattezza anche dottrinaria di questa onda che si è sollevata dagli Stati Uniti. Certamente una sfida per i progressisti. E per il mondo.