Il 2026 è partito sotto pessime stelle che solo con una pervicace ostinazione a non vedere potevano essere oscurate alla nostra vista. E non ci riferiamo alla prevedibilissima piega che sta tramutando uno Stato sovrano come il Venezuela, certamente retto fino al blitz americano da un satrapo corrotto e imbroglione, vuotato da legittimazione popolare, ma pur sempre uno Stato sovrano, in un protettorato americano, una specie di Trumpland.
Qualcuno potrà rammentarci che non si tratta di una reazione sorprendente per l’America, e non per le teorizzazioni suprematiste del Presidente Monroe che risalgono al 1823, né per il precedente del Presidente Bush che invase Panama per deporre il generale Noriega nel 1989, ma per le molteplici azioni trumpiane, a partire dal bombardamento degli impianti nucleari in Iran, per arrivare allo sguardo goloso rivolto alla Groenlandia, e alla piccola ONU personale del Board of Peace, ornata da diciannove fedelissimi sodali sovranisti. Attenzione: fino all’arresto di Maduro e al bombardamento dei siti nucleari, l’opinione pubblica mondiale è inciampata nell’insidiosa trappola cognitiva che riguardava gli oggetti delle azioni offensive. Vengono puniti fior di criminali e pericolosi guerrafondai, in una narrazione che usa i canoni cinematografici chiedendoci di propendere per chi giunge a fare giustizia: l’obiettivo è levare di mezzo i cattivi. A qualunque costo. È questa la struttura storica dell’epos americano che ha fatto la fortuna del western.
S’insinua, pertanto, l’idea, pericolosissima, della “sostanzialità” delle azioni di guerra-perché di questo parliamo- oscurando tutto il resto. Quella sostanzialità che ancora reggerebbe le minacce alla Colombia, al Messico (esportatori di droga e di emigranti indesiderati) e che avrebbe sostenuto un intervento armato nell’Iran dei teocrati assassini vomitati da un triste Medioevo. Ma, ovviamente, non potrebbe valere per la Groenlandia, che è parte di uno stato sovrano dell’UE, dunque, è nell’alleanza atlantica e non ha fatto nulla di offensivo nei confronti degli americani. Trump ha compiuto un upgrade con la Groenlandia: “serve alla sicurezza nazionale e la avremo ad ogni costo”.Anche a costo di squagliare la NATO. La trappola cognitiva ha coinvolto, dunque, fino a ieri non solo il chiacchiericcio da bar sport, ma anche qualche leader occidentale che ha enfatizzato l’effetto del blitz in Venezuela, benefico per la restituzione di prigionieri politici. Trascurando il resto.
Il punto era e resta “tutto il resto” che manca, oltre alla “sostanzialità” dell’effetto, e si chiama civiltà giuridica, diritto internazionale, politica, pace, ottant’anni di ONU. “Tutto il resto” è l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin: dal punto di vista del diritto internazionale muove una dinamica non troppo dissimile, quella di un paese sovrano violato. E non troppo diverso sarebbe l’intervento dei cinesi se mettessero piede in Taiwan. Russia e Cina, in fondo, vorrebbero anch’esse erigere protettorati su territori che ritengono sottoposti alla loro influenza. Perché, forse eravamo distratti, ma un nuovo ordine mondiale si sta consolidando con la forza delle armi proprio sotto i nostri occhi: l’America esplica l’egemonia assoluta sulle Americhe, la Cina aspira a non avere interferenze nel territorio asiatico e la Russia, beh, sta dietro casa nostra.
L’Europa è dunque espunta da questa specie di nuova Yalta e può scegliere tra aderire entusiasta alla nuova “dottrina Monroe” di Trump, che adesso trova un rifugio istituzionale con il suo Board anti-ONU, o tacere. Semplifichiamo, certo, ma, insomma, non siamo troppo lontani dalla realtà. Eppure il declino della civiltà del diritto, della risorsa della pace, della razionalità politica, va fermato e l’Europa ha certamente più carte da giocarsi in una partita in cui la politica e non la guerra sia protagonista. Per un momento proviamo a pensare a chi non c’è in questo nuovo ordine mondiale: non c’è il resto del mondo, certo, e soprattutto non c’è l’India, che è oggi il più popoloso e il più proiettato paese del globo. Ecco, un’Europa che imposti un ragionamento con l’India, col Giappone, con una parte dei non allineati, potrebbe fare più credibile un’istanza di pace che giunge dai popoli, imponendo il ripristino del diritto internazionale, oggi piegato ad una suggestione che, con un impatto potentissimo di media globali, afferma l’idea che ciò che conta è il risultato e non come lo raggiungi.
