La Giornata della Memoria è un rito stanco e invecchiato, dicono quasi tutti. Giusto, anche se si celebra solo da venticinque anni, non a caso istituita con grandissimo ritardo rispetto ai fatti. È stata spesso stravolta da chi rifiuta di prendere atto che ricorda un crimine unico compiuto dall’Europa contro il popolo ebraico e vorrebbe farla parlare degli altri genocidi veri (Armeni, Tutsi, ecc.) o falsi (Gaza) della storia recente. Vero: oggi la voglia di usarla contro le vittime della Shoah e i loro eredi è sempre più diffusa fra i media e certe forze politiche e intellettuali, in particolare purtroppo nella scuola e nell’università.
Celebrare il giorno dell’apertura di Auschwitz un inesistente “genocidio palestinese” non è solo uno scherno antisemita, è anche un modo per assolvere sé stessi e i propri predecessori dall’aver emarginato e tentato di distruggere tutti gli ebrei d’Europa. Il senso sottinteso è: “In fondo ve la siete meritata”. Bisogna allora rinunciare a questo “rito stanco”, come hanno proposto vari intellettuali amici del mondo ebraico, per esempio Lucetta Scaraffia? No, ha ragione Claudio Velardi: non si può. Forse si poteva qualche anno fa, ma non dopo il 7 ottobre.
La Giornata non è cosa per gli ebrei, che hanno le loro occasioni civili e religiose per ricordare i parenti assassinati, deportati, rapinati, emarginati, espulsi dalla società civile, come di nuovo oggi qualcuno tenta di fare. La Giornata è per gli europei (e dovrebbe esserlo per gli islamici, che ancora non ne hanno istituita una ma dovranno farlo se vogliono cambiare), per ricordare loro che l’antisemitismo è una malattia morale attiva da moltissimi secoli, non solo dal nazismo: una malattia che è esplosa di nuovo e che va estirpata. Questo morbo è l’intolleranza per chi pacificamente e costruttivamente coltiva la propria identità e cultura, per chi non si vuole convertire né al Cristianesimo, né all’Islam, né al marxismo, né al woke. Se rinunciassimo a indicarla tradiremmo la nostra identità e il nostro dovere di testimonianza.
